09/12/2025
A 96 anni è morto Frank Gehry. Di lui ho due ricordi personali, entrambi legati a mio nonno Bruno (Zevi).
Nel 1997 - avevo 14 anni - fu inaugurato il celebre Museo Guggenheim di Bilbao, e nonno decise di offrire a figli e nipoti un viaggio nella capitale basca. La prima mostra ospitata era, se ricordo bene, una favolosa antologia delle avanguardie del Novecento. Ricordo di essere rimasto senza parole di fronte a quell'architettura inedita e informatizzata, apparentemente f***e. Mio nonno era esaltato dalle forme e dal ponte di Calatrava che penetra nella struttura, sebbene criticasse l'autore per altri progetti. Esaltato ma perplesso: era felice che Gehry spazzasse via dalla scena, già al primo schizzo, qualunque barlume di architettura retorica, ridondante, postmoderna. Era il trionfo della libertà individuale che mio nonno aveva scelto di difendere per tutta la sua vita. Al tempo stesso vedeva in quell'eccesso un passo indietro rispetto all'architettura organica di Frank Lloyd Wright, capace di coniugare libertà e armonia con la natura e con il paesaggio quasi un secolo prima. E dunque eccolo girare per le sale del museo, raggiante quando coglieva un dettaglio particolarmente azzeccato, un'asimmetria che meglio si legava al resto della struttura e che forniva al visitatore uno spazio migliore.
Tre anni dopo mio nonno morì. Nel giugno del 2000 venne organizzata a Tel Aviv una straordinaria giornata di studio in suo onore presso il Teatro dell'Opera al centro della città. Gehry, allora settantenne, era uno dei relatori principali, e raccontò di come gli fossero state utili, nel corso degli anni, le lettere ricevute sovente da parte di questo critico italiano militante, sempre lesto a sostenerlo man mano che i suoi progetti diventavano più audaci, dal momento che Gehry era andato crescendo nei suoi azzardi e non spegnendosi come invece accade con l'età. Un rapporto epistolare come tutti quelli che intratteneva mio nonno, prima verso il Canada e soprattutto verso gli Stati Uniti dove Gehry si era trasferito.
Di queste due esperienze mi rimangono una t-shirt con il primo schizzo del Guggenheim di Bilbao e il ricordo di un bagno solitario nel mare di Tel Aviv, quando finalmente finì il convegno.
Ma più in generale dall'opera di Gehry possiamo trarre qualche lezione collettiva: di ricordarci che l'architettura plasma la vita delle persone, in bene o in male, e che quindi bisogna promuovere solo quella bella. Di difendere sempre l'espressione libera del progettista, tanto più nei tempi cupi che viviamo nei quali trionfano retorica e fascismi vari. Di pensare sempre che gli spazi devoto essere pensati per i cittadini che li abitano, e non per chi li disegna né tanto meno per chi li paga.
Buona domenica a tutte e tutti!