28/08/2025
Chiara Cruciati, A Gaza 10 uccisi dalla fame, Nablus invasa: arresti e feriti, Il Manifesto, 28 agosto 2025
PIENA OCCUPAZIONE Carri di Gedeone II: Israele si prepara a chiudere un milione di persone in sette km quadrati
È accucciato a terra, sopra un pavimento di cemento, e con le dite ripulisce dalla polvere quel che resta della telecamera del padre: Ahmad al-Masri è il figlio di Hussam, giornalista della Reuters e il primo a essere ucciso lunedì nella serie di raid israeliani che ha centrato l’ospedale Nasser di Khan Younis. In attesa dell’auto-indagine israeliana (di inchieste indipendenti Tel Aviv non ne autorizza), c’è solo quanto dichiarato martedì dal capo di stato maggiore Eyal Zamir a un mondo stupefatto: il raid è stato ordinato per colpire proprio quella telecamera, quella con cui Hussam al-Masri gestiva la diretta dell’agenzia britannica dalla città meridionale.
AHMAD LA PULISCE con tenerezza, anche se non funziona più. «Cosa fai?», gli chiedono. «Ricordo le cose di mio padre, quelle per cui ha dato la vita. Non ci vedeva molto, me, mia madre, mia sorella; dal primo giorno della guerra ha lavorato duro per raccontare la situazione al mondo. Mi sento perso». La madre ha un tumore, non cammina nemmeno più. «Se la sua camera non funziona più, ce ne sono altre. Continueremo», dice alla fine Ahmad con la tenacia che gli serve a scacciare l’abisso. A poca distanza, il padre della giornalista Mariam Abu Daqqa posava sulla sua tomba una pietra bianca con il nome della figlia scritto con il pennarello rosso. In corpo porta il rene che Mariam gli aveva donato. È morta dopo Hussam, nel secondo attacco lanciato mentre i giornalisti documentavano il primo e i e soccorritori cercavano le vittime.
A Gaza però non c’è tempo per fermarsi. In 24 ore tra martedì e ieri pomeriggio il fuoco israeliano ha ucciso oltre 76 palestinesi, da nord a sud. E la fame ne ha spenti altri dieci, due bambini (il totale dal 7 ottobre 2023 è 313, di cui 119 minori). Ormai sono questi i numeri giornalieri dei morti per inedia, verso quel punto di non ritorno di cui ha avvertito l’Ipc (istituzione legata all’Onu) quando la scorsa settimana ha dichiarato la carestia a Gaza City.
«La malnutrizione acuta grave è una delle condizioni più difficili da trattare – spiegava ieri Ahmed Alfarra, direttore di pediatria al Nasser – La maggior parte delle malattie pediatriche richiede dai sette ai dieci giorni di trattamento prima che il paziente possa essere dimesso. Ma i pazienti affetti da malnutrizione acuta grave dovrebbero essere ricoverati per uno, due o addirittura tre mesi». Altrimenti, ha aggiunto, il bambino subisce conseguenze «permanenti» nello sviluppo. Ma il cibo non è nemmeno lontanamente sufficiente: oltre il 95% della popolazione non ha denaro a sufficienza per acquistare il poco che si trova nei mercati, quello che Israele fa entrare con i camion privati commerciali, scrive il Government Media Office. E comunque, aggiunge, ci sono prodotti alimentari introvabili, «uova, carne rossa e bianca, pesce, formaggio, verdure».
NELL’ULTIMO MESE solo al 14% del cibo necessario a sfamare l’intera popolazione è stato permesso di attraversare i valichi. E a poco servono i numeri che Israele sta fornendo sui camion autorizzati a entrare, numeri che sembrano alti se non li si contestualizza: ne servirebbero 600 al giorno, se non mille. Intanto ieri il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, ha definito «inevitabile» lo svuotamento di Gaza City e l’espulsione della popolazione a sud, in vista dell’intensificarsi dell’operazione Carri di Gedeone II ordinata dal governo. Ha parlato di tende che saranno distribuite in «aree vuote» grandi appena sette km quadrati, uno spazio minimo per il milione di palestinesi che si intende deportare dal nord, e di due nuovi centri di consegna degli aiuti, senza alcun riferimento alle attuali e mortifere condizioni di «distribuzione» dell’assistenza alimentare tramite la Ghf.
«GAZA STA AFFONDANDO nel disastro più profondo, segnato dal crescente numero di vittime civili e dallo sfollamento – ha detto ieri il coordinatore umanitario dell’Onu per i Territori occupati, Ramiz Alakbarov – e gli ostaggi continuano a languire in condizioni spaventose». Si è poi concentrato sulla catastrofe in corso in Cisgiordania, «una crisi senza precedenti, un’espansione senza sosta delle colonie, le demolizioni, la violenza». Dopo il violentissimo raid di martedì a Ramallah (con decine di arresti e il furto di 447mila dollari da un cambiavalute, pratica sempre più comune), ieri l’esercito israeliano ha invaso Nablus.
Tel Aviv non ha dato una motivazione, nemmeno di facciata, per un raid diffuso iniziato alle 3 del mattino e proseguito per tutta la giornata di ieri. I video mostrano arresti per strada (tra loro un bambino), ragazzini spinti a terra, adulti soffocati dalle ginocchia dei soldati, porte sfondate e case perquisite. I palestinesi hanno risposto con le pietre lanciate contro decine di tank in una città vecchia fantasma e osservata dai cecchini sui tetti: a 30mila persone è stato intimato di restare chiuse in casa, doppiamente prigioniere. Nel tardo pomeriggio il bilancio parlava di 27 feriti da granate stordenti, proiettili di gomma e proiettili veri, pestaggi e inalazione di lacrimogeni.
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