Maria Beatrice Servi

Maria Beatrice Servi Architetto, vivo a Milano, ma il mio cuore è ad Essaouira, in Marocco.E in Palestina 🇵🇸

20/09/2025
12/09/2025
31/08/2025

Questo appello nasce dalla convinzione dell’improrogabile necessità di favorire qualsiasi iniziativa di incontro per arginare l’odio, salvaguardare la convivenza, purificare il linguaggio e tessere la pace. Responsabilità di singoli e di soggetti collettivi! È un appello che esprime il tanto ...

28/08/2025

Chiara Cruciati, A Gaza 10 uccisi dalla fame, Nablus invasa: arresti e feriti, Il Manifesto, 28 agosto 2025

PIENA OCCUPAZIONE Carri di Gedeone II: Israele si prepara a chiudere un milione di persone in sette km quadrati

È accucciato a terra, sopra un pavimento di cemento, e con le dite ripulisce dalla polvere quel che resta della telecamera del padre: Ahmad al-Masri è il figlio di Hussam, giornalista della Reuters e il primo a essere ucciso lunedì nella serie di raid israeliani che ha centrato l’ospedale Nasser di Khan Younis. In attesa dell’auto-indagine israeliana (di inchieste indipendenti Tel Aviv non ne autorizza), c’è solo quanto dichiarato martedì dal capo di stato maggiore Eyal Zamir a un mondo stupefatto: il raid è stato ordinato per colpire proprio quella telecamera, quella con cui Hussam al-Masri gestiva la diretta dell’agenzia britannica dalla città meridionale.
AHMAD LA PULISCE con tenerezza, anche se non funziona più. «Cosa fai?», gli chiedono. «Ricordo le cose di mio padre, quelle per cui ha dato la vita. Non ci vedeva molto, me, mia madre, mia sorella; dal primo giorno della guerra ha lavorato duro per raccontare la situazione al mondo. Mi sento perso». La madre ha un tumore, non cammina nemmeno più. «Se la sua camera non funziona più, ce ne sono altre. Continueremo», dice alla fine Ahmad con la tenacia che gli serve a scacciare l’abisso. A poca distanza, il padre della giornalista Mariam Abu Daqqa posava sulla sua tomba una pietra bianca con il nome della figlia scritto con il pennarello rosso. In corpo porta il rene che Mariam gli aveva donato. È morta dopo Hussam, nel secondo attacco lanciato mentre i giornalisti documentavano il primo e i e soccorritori cercavano le vittime.
A Gaza però non c’è tempo per fermarsi. In 24 ore tra martedì e ieri pomeriggio il fuoco israeliano ha ucciso oltre 76 palestinesi, da nord a sud. E la fame ne ha spenti altri dieci, due bambini (il totale dal 7 ottobre 2023 è 313, di cui 119 minori). Ormai sono questi i numeri giornalieri dei morti per inedia, verso quel punto di non ritorno di cui ha avvertito l’Ipc (istituzione legata all’Onu) quando la scorsa settimana ha dichiarato la carestia a Gaza City.
«La malnutrizione acuta grave è una delle condizioni più difficili da trattare – spiegava ieri Ahmed Alfarra, direttore di pediatria al Nasser – La maggior parte delle malattie pediatriche richiede dai sette ai dieci giorni di trattamento prima che il paziente possa essere dimesso. Ma i pazienti affetti da malnutrizione acuta grave dovrebbero essere ricoverati per uno, due o addirittura tre mesi». Altrimenti, ha aggiunto, il bambino subisce conseguenze «permanenti» nello sviluppo. Ma il cibo non è nemmeno lontanamente sufficiente: oltre il 95% della popolazione non ha denaro a sufficienza per acquistare il poco che si trova nei mercati, quello che Israele fa entrare con i camion privati commerciali, scrive il Government Media Office. E comunque, aggiunge, ci sono prodotti alimentari introvabili, «uova, carne rossa e bianca, pesce, formaggio, verdure».
NELL’ULTIMO MESE solo al 14% del cibo necessario a sfamare l’intera popolazione è stato permesso di attraversare i valichi. E a poco servono i numeri che Israele sta fornendo sui camion autorizzati a entrare, numeri che sembrano alti se non li si contestualizza: ne servirebbero 600 al giorno, se non mille. Intanto ieri il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, ha definito «inevitabile» lo svuotamento di Gaza City e l’espulsione della popolazione a sud, in vista dell’intensificarsi dell’operazione Carri di Gedeone II ordinata dal governo. Ha parlato di tende che saranno distribuite in «aree vuote» grandi appena sette km quadrati, uno spazio minimo per il milione di palestinesi che si intende deportare dal nord, e di due nuovi centri di consegna degli aiuti, senza alcun riferimento alle attuali e mortifere condizioni di «distribuzione» dell’assistenza alimentare tramite la Ghf.
«GAZA STA AFFONDANDO nel disastro più profondo, segnato dal crescente numero di vittime civili e dallo sfollamento – ha detto ieri il coordinatore umanitario dell’Onu per i Territori occupati, Ramiz Alakbarov – e gli ostaggi continuano a languire in condizioni spaventose». Si è poi concentrato sulla catastrofe in corso in Cisgiordania, «una crisi senza precedenti, un’espansione senza sosta delle colonie, le demolizioni, la violenza». Dopo il violentissimo raid di martedì a Ramallah (con decine di arresti e il furto di 447mila dollari da un cambiavalute, pratica sempre più comune), ieri l’esercito israeliano ha invaso Nablus.
Tel Aviv non ha dato una motivazione, nemmeno di facciata, per un raid diffuso iniziato alle 3 del mattino e proseguito per tutta la giornata di ieri. I video mostrano arresti per strada (tra loro un bambino), ragazzini spinti a terra, adulti soffocati dalle ginocchia dei soldati, porte sfondate e case perquisite. I palestinesi hanno risposto con le pietre lanciate contro decine di tank in una città vecchia fantasma e osservata dai cecchini sui tetti: a 30mila persone è stato intimato di restare chiuse in casa, doppiamente prigioniere. Nel tardo pomeriggio il bilancio parlava di 27 feriti da granate stordenti, proiettili di gomma e proiettili veri, pestaggi e inalazione di lacrimogeni.
https://ilmanifesto.it/a-gaza-10-uccisi-dalla-fame-nablus-invasa-arresti-e-feriti

Basta parlare di guerra e non violenza. Leggete l'intervento sul Fatto Quotidiano. Bisogna intervenire militarmente.
26/08/2025

Basta parlare di guerra e non violenza. Leggete l'intervento sul Fatto Quotidiano. Bisogna intervenire militarmente.

Insistere a definire “guerra” i massacri di Gaza comporta necessariamente una sorta di accettazione delle vittime civili

24/08/2025

Leonardo Bianchi, Bar aperti, cornetti e caffè: sui social la propaganda che nega la fame, Il Manifesto, 23 agosto 2025

ARMA INFAME Nuovo capitolo per la teoria del complotto di «Pallywood». L’account più attivo è «Gazawood» rilanciato dalle pagine ufficiali di Tel Aviv

Per la prima volta un organismo internazionale riconosciuto dalle Nazioni unite ha sancito che nella Striscia di Gaza è in corso una carestia. In un rapporto di 59 pagine pubblicato ieri, la Integrated Food Security Phase Classification (IPC, Classificazione integrata delle Fasi dell’Insicurezza alimentare) ha messo nero su bianco che la carestia è «interamente causata» da Israele. Al momento coinvolge soprattutto Gaza City e dintorni, ma «si sta rapidamente diffondendo».
Israele ha respinto la valutazione dell’Ipc, dicendo che si basa su «informazioni parziali provenienti da Hamas, un’organizzazione terroristica». Per la propaganda israeliana non c’è dunque alcuna carestia a Gaza. Al contrario: c’è un’abbondanza di cibo e bevande, testimoniata dal fatto che i ristoranti e i bar sarebbero pieni.
Questa narrazione è in voga da alcune settimane sui social network, in particolare su X e Telegram. A promuoverla sotto l’hashtag (La Gaza che non vedete) sono sia gli account ufficiali di Israele che alcuni account filo-israeliani seguiti da decine di migliaia di persone.
IL PIÙ ATTIVO è indubbiamente «Gazawood», che prende il nome da un gioco di parole tra Gaza e Hollywood e che pubblica quotidianamente video e storie presi dai profili di bar e locali nella Striscia, per dimostrare che non c’è alcuna catastrofe umanitaria. Spesso e volentieri i post sono accompagnati da didascalie sarcastiche, volte a denunciare l’ipocrisia dei palestinesi e la malafede dei media occidentali che amplificano l’impostura.
In almeno due casi, come ha rilevato un articolo di France24, l’account ha però rilanciato clip di locali che nel frattempo hanno dovuto chiudere a causa della penuria di materia prime o del loro costo eccessivo a causa dell’inflazione.
In generale, poi, i locali che rimangono aperti lavorano in condizioni proibitive. Mohammed Shabana, proprietario dell’Athar Cafè a Gaza City, ha spiegato a France 24 che «anche nelle condizioni più difficili cerchiamo di presentarci in modo dignitoso e rispettabile» sui social. Tuttavia, ha aggiunto, «questo non significa che vada tutto bene o che ci sia tanto cibo a disposizione. Quello che appare nei video non riflette lo sforzo e la fatica necessaria a tenere in piedi l’attività».
La mera presenza di attività di ristoro non è in contraddizione con lo stato di carestia. Secondo la metodologia dell’Ipc si può parlare di carestia in una certa area quando il 20% delle famiglie si trova in condizioni di estrema carenza di cibo; quando il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta; e quando almeno due persone adulte ogni 10mila muoiono ogni giorno di fame.
QUALCHE CORNETTO, dei caffè ghiacciati o dei barattoli di Nutella non sono di certo sufficienti a sfamare una popolazione allo stremo. Quella portata avanti da «Gazawood» e account analoghi è una campagna estremamente subdola, che usa video reali ma li travisa e decontestualizza per far leva sull’emotività e per seminare dubbi velenosi. Non è un caso: dietro all’account ci sono dei professionisti della disinformazione.
Stando un’inchiesta del sito Forbidden Stories e di varie ong, tra cui le israeliane Fake Reporter e The Seventh Eye, «Gazawood» è gestito dallo scrittore ultraortodosso Idan Knochen e dallo storico statunitense Richard Landes. Quest’ultimo è noto per aver coniato, all’inizio degli anni Duemila, la teoria del complotto di «Pallywood» – anch’essa nata da una crasi tra Palestina e Hollywood. Secondo Landes, dalla Seconda Intifada in poi i palestinesi metterebbero sistematicamente in scena la propria morte per ingannare l’opinione pubblica e screditare lo stato di Israele. In altre parole, tutto ciò che proviene dalla Striscia di Gaza o dalla Cisgiordania non può essere mai creduto.
ATTRAVERSO TEORIE come Pallywood si può distorcere la realtà in maniera spudorata. Ed è proprio per questo che la propaganda israeliana vi ricorre così di frequente: è l’arma mediatica perfetta per negare l’evidenza e screditare le vittime, addossandogli la responsabilità delle proprie sofferenze.
https://ilmanifesto.it/bar-aperti-cornetti-e-caffe-sui-social-la-propaganda-che-nega-la-fame

03/08/2025

Eliana Riva, Israele si scagiona: archiviate l’88% delle indagini su Gaza, Il Manifesto, 3 agosto 2025

L'ASSOLUZIONE Una ong britannica racconta «il modello di impunità» seguito dall’esercito: investiga pochi crimini e non punisce i responsabili. Protesta delle famiglie degli ostaggi. Altri sette palestinesi morti per la fame, l’ultimo aveva 17 anni

Durante il suo viaggio nel «luogo più affamato del mondo» (come lo ha descritto l’Onu), l’inviato Usa in Medio Oriente, Steve Witkoff, non ha incontrato membri delle Nazioni unite, né operatori umanitari locali e internazionali.
Sono caduti nel vuoto gli inviti di medici e infermieri perché visitasse alcuni degli ospedali e vedesse con i suoi occhi lo stato in cui versa popolazione. Nessuna tenda di sfollati, nessuna scuola-rifugio, nessun familiare delle 1.300 persone uccise mentre cercavano di raggiungere gli aiuti. Solo ieri ne sono stati ammazzati altri 35 (su 57 totali), molti dei quali proprio nei pressi dei centri della fondazione israelo-americana Ghf, unica tappa del suo tour di Gaza. Massacri che restano impuniti.
Secondo l’ong Action on armed violence (Aoav), nove volte su dieci le indagini militari israeliane sui presunti crimini compiuti dai propri soldati non portano a condanne. Stragi come quella delle 112 persone uccise in fila per la farina a Gaza City nel febbraio 2024. O come le 31 vittime palestinesi del primo giugno scorso proprio nei pressi del centro Ghf a Rafah.
SECONDO AOAV, Israele sta cercando di creare un «modello di impunità». Almeno 52 volte, da ottobre 2023, ha dichiarato che avrebbe condotto un’indagine in seguito ad azioni che hanno causato vittime civili. Ma da allora si conta solo una condanna (pena detentiva di sette mesi) e cinque violazioni riscontrate.
Gli altri 46 casi, che rappresentano l’88% del totale, sono stati chiusi o rimangono senza risultati segnalati. Stati uniti, Tel Aviv e i suoi alleati hanno espresso in più casi totale fiducia nel sistema di inchieste interne d’Israele e quest’ultimo ha ripetutamente affermato di essere in grado di indagare se stesso. Anche se sembrerebbe più spesso in grado di autoassolversi.
IL MASSACRO DELLA FAME prosegue intanto a Gaza, senza sosta, senza freni. Quelli che muoiono oggi, giungono al termine di settimane e mesi di privazioni e sofferenze, durante i quali il corpo ha lentamente mangiato se stesso nel tentativo estremo di resistere. Un’attesa troppo lunga a cui è seguita una morte disperata.
Nelle ultime 24 ore sette persone sono decedute a causa della denutrizione. L’ultimo, Atef Abu Khater, aveva diciassette anni. I familiari hanno spiegato che due anni fa era in perfetta salute e praticava sport a livello agonistico.
Ha perso peso fino a scomparire, da 70 a 25 chili, ed è stato inutile il ricovero in terapia intensiva. Nonostante il premier Netanyahu e i suoi ministri, le tv e i giornali nazionali continuino a negare gli stenti, la carestia preoccupa i parenti degli ostaggi israeliani a Gaza. Ieri alcuni familiari hanno manifestato in piazza Habima a Tel Aviv usando lo slogan «Mai più è adesso»: dietro reti di filo spinato, hanno ricordato gli ebrei costretti nei campi di concentramento nazisti.
Secondo alcuni manifestanti, gli ostaggi starebbero vivendo un «nuovo olocausto» causato dall’assedio israeliano di Gaza e dalla cattiva gestione governativa. Ospite gradito della protesta, proprio l’inviato speciale Usa in Medio Oriente.
DURANTE il suo incontro con i familiari degli israeliani prigionieri a Gaza, Witkoff ha dichiarato che «la nostra priorità è riportare a casa tutti gli ostaggi». Le famiglie chiedono al governo di firmare un accordo con il gruppo palestinese che comprenda uno scambio totale: la liberazione di tutti gli ostaggi rimanenti a Gaza, sia i vivi che i corpi dei morti. L’inviato del presidente Trump ha aggiunto che gli Stati uniti sostengono un accordo del genere e che «siamo molto, molto vicini a una soluzione per porre fine a questa guerra».
In un audio registrato durante la manifestazione lo si sente affermare che Hamas ha accettato di deporre le armi. Il movimento ha dichiarato in risposta che «la resistenza e le sue armi sono un diritto nazionale legale finché persiste l’occupazione. Questo diritto è confermato dalle leggi e convenzioni internazionali e non possiamo rinunciarci se non con il pieno raggiungimento dei nostri diritti nazionali, tra cui il più importante è l’istituzione di uno stato palestinese indipendente e sovrano con Gerusalemme come capitale».
Ieri Hamas ha rilasciato un nuovo video di Evyatar David (che segue il filmato pubblicato venerdì), in cui il 24enne appare visivamente smagrito all’interno di un tunnel. «L’aiuto umanitario che il mondo, insieme a Israele, fornisce ai residenti di Gaza – ha dichiarato la madre del prigioniero – deve raggiungere anche Evyatar». Ma gli aiuti che entrano nella Striscia sono irrisori.
L’UNICEF HA FATTO sapere che più di 320mila bambini sono a rischio di malnutrizione acuta. Nella sua missione, il vicedirettore del Fondo Onu per l’Infanzia, Ted Chaiban, ha raccontato di aver incontrato «bambini gravemente malnutriti i cui corpi erano poco più di pelle e ossa. Le loro madri sedevano nelle vicinanze, disperate ed esauste». La britannica Bbc ha esaminato 160 casi di bambini uccisi da colpi di arma da fuoco. L’inchiesta ha rivelato che 95 delle vittime, per la maggior parte sotto i 12 anni, sono state colpite alla testa o al petto.
Ieri sera nel nord della Cisgiordania occupata, coloni armati hanno assaltato la città palestinese di Aqraba, uccidendo un ragazzo di 24 anni e ferendo altri sette abitanti.
https://ilmanifesto.it/israele-si-scagiona-archiviate-l88-delle-indagini-su-gaza

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