Pietro, grazioso villaggio al centro del mandamento, in cui né l'orecchio è turbato quasi da altro rumore per se non dal mormorare del Resicco, che scorre, non visto, poco discosto, né l'occhio mira altro spettacolo se non quello, così riposante, di magnifici prati, interrotti qua e là dai pini e castagni e circondati dalle nivee giogaie del monte Tauro. Ogni mercoledì ha luogo un pubblico mercato
, istituito con R, Decreto di Francesco I, in data 9 dicembre 1825, decreto che stabilisce pure una fiera annuale in detta frazione, nei dì 26, 27 e 28 giugno. La vasta piazza era abbellita da un maestoso e secolare pino, che protesse la culla ed era adombra la lapide di Vincenzo Galiani (1770-1794), precursore e martire della libertà. La chiesa parrocchiale, a tre navate, serba le artistiche statue dei Santi Apostoli Pietro e Paolo; una ricca porcellina di argento a getto, alla custodia del maggiore altare; e due pregevoli pile di porfido, per l'acqua santa, stile barocco, con questa iscrizione, datata 1350, in caratteri elzeviri maiuscoli: Hoc opus fieri fecit Renza - uxor Q.m. Ai lati dell'abside, due lapidi racchiudono le venerate ossa degli zelanti parroci: Giovan Leonardo Galiani e Fortunato Galiani i quali rifulsero purezza di vita e per luce di consigli e di esempi. Con intelletto d'amore profusero tutta la loro attività e tutto il lavoro vistoso patrimonio per l'ampliamento e restauri della chiesa parrocchiale, nonché per legati sacri, per cui sono ricordati e benedetti. In cornu evangelii si ammira la tela della Sacra Famiglia di Nicola Pepe, 1861. E' raffigurato il gruppo della Vergine con il Bambino, quasi a centro del quadro; a destra, un po’ indietro, è S. Giuseppe, lo sposo purissimo: con posa semplice e devota, è assorto nella lettura dell'altissimo mistero. Tutta la tenerezza e tutta la gamma dell'amore di madre emana dal suo volto della Nazzarena, che siede su di una rozza scranna, tenendo in grembo il suo figliuolo divino. La luce irradiatesi dal Bambino proclama che in esso s'è umanato il Verbo di Dio. In alto, un gruppo di angioli esprimono l'adorazione e l'omaggio alla Famiglia sacra. Un vero incanto spira dall'insieme della composizione, negli accordi delle tinte pastose e delicate. Accosto a detta chiesa parrocchiale s'erge un massiccio campanile in travertino, illustrate dal celebre Paolo Serrao, direttore del Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli, con il suo bellissimo lavoro musicale: Le campane di Montoro. La campana grande, del peso di circa dodici quintali, ha il motto: Laudo Deum verum - plebem invoco - mortuos ploro - nimbum fugo - festaque honoro. La meno grande delle altre due porta la data 1522. Il campanile, si può ben dire, è sontuoso, per quanto non compiuto giusta il disegno che lo voleva di altri due ordini toscani; sorge a foggia di torre quadrata, con basamento, cantonate, estragali e corniciame in pietra viva bellamente scalpellata con bulino sottile. Fu riedificato sulla pianta dell'antico campanile, e l'opera fu affidata ai noti artisti coevi: Prisco ed Aniello Ferarucci e Michele Galderisi di Galvanico, sotto la direzione e progetto del nostro Giovan Battista De Mari, pittore e conoscitore di architettura. Il campanile incominciò ad ergersi nel novembre 1776 ed ebbe termine nel maggio susseguente 1777. La spesa fu sostenuta non solo dalla chiesa parrocchiale, dalla congrega del SS. Nome di Dio e della cappella del Rosario, ma largamente corrispose la cittadinanza: gareggiarono i maggiorenti del paese, e generoso fu il popolo che prestò la sua persona della curania. Anche l'Università di Montoro concorse alla spesa, prelevando la somma dal pubblico peculio, stantoché - si legge nell'istrumento del notaio sincrono, Vincenzo Maria Ferrara, - nella Chiesa di S. Pietro vengono celebrate le Regie e le Ecclesiastiche funzioni solenni, con l'intervento del Clero secolare e regolare, e concorso dell'intero popolo di Montoro. Grava sul cuore il dover riportare che questa vetusta chiesa parrocchiale abbia dato anch'essa il tributo di rovina nell'immane guerra. Se non propriamente colpita da raffica incursiva in quel periodo di emergenza bellica, fu certo conseguenza di quella il suo crollo. L'opera minatoria nella ritirata dei tedeschi da Montoro, il 28 settembre 1943, fece, tra tanti disastri, saltare in aria il ponte sul Rio secco, nei pressi della chiesa. Lo spostamento d'aria nella sua violenza estrema apportò molto risentimento alla fabbrica; le piogge, poi fecero il resto a che, il 19 febbraio 1946, il più bello ed il più vasto tempio del mandamento, fosse trasformato, meno l'ala destra, in un enorme ammonticchiamento di travi e di pietrame. Era l'ora del vespro, il segnale della campana già era stato dato, la gente era per via per recarsi in chiesa quando avvenne la catastrofe. Qualche minuto dopo sarebbe successo un eccidio. Tale salvezza in tanta iattura, e la sorte che le antiche artistiche statue degli Apostoli Pietro e Paolo resistettero all'impeto del crollo, ed il vederle illese in mezzo ad un ammasso di rottami, accreditò, nella semplice e pia popolazione, la voce della potenza taumaturgica di essi Santi e di miracolo. L'immediato interessamento dell'Autorità civica preposta fece ottenere che il Genio Civile, il giorno dopo, desse mano ai lavori di sgombero e preventivasse un milione di lire per la riedificazione. Al presente è in esecuzione l'opera ricostruita dalla sinistra chiesa, bene auspicando la cittadinanza di rivederla subito elevata al culto ed alla devozione dei fedeli. Addossata quasi alla chiesa parrocchiale è l'Arciconfraternita del SS. Nome di Dio, con la sveltissima scala barocca a curve concentriche; vuolsi progettata dal Vanvitelli, che si trovava in quel tempo da queste parti, per la costruzione del palazzo municipale di Mercato S. In esso sodalizio: un bell'altare in legno dorato del cinquecento, un eccellente coro del settecento, una buona Trinità coi Santi dipinta nel soffitto da Anton Maria Romero nel 1738. Dello steso autore è l'altro magnifico quadro al soffitto della sagrestia: Il trionfo del SS. Considerevole per l'espressione dell'atteggiamento è la statua della Mater Desolata, rosa dal tempo, ma vivida nei colori, espressiva nella posa, piena di dolcezza; in legno olivo, di finissima fattura del seicento. Nella cripta sottostante si osservano, intorno alle pareti, i sedili di fabbrica forati a scolatoio, ove anticamente i cadaveri dei confratelli venivano collocati finché si disseccassero. Presso la detta chiesa parrocchiale esisteva un'altra cappella sotto il titolo di Santa Maria dei sette dolori, e che venne abbattuta per la costruzione della piazza antistante. Nicola Moavero, nell'atto del 17 marzo 1759, riporta: A richiesta del Rev. Felice Gervasio, ci siamo conferiti nella Ven. Cappella di S. Maria dei sette dolori, eretta poco discosto dalla Ven. Madre Parrocchiale Chiesa di S. Pietro a Resicco, in dove nel muro a mano destra dell'autore dell'altare, in una pietra marmore, abbiamo vista, notata e descritta . di sotto ad un'impresa, seu stemma - la seguente memoria: Aediculam hanc sub pietatis titulo dicatum, ut magis pietati devoti suppleant aedificatam, restaurantamque curavit Nobilis Famiglia Galiani. Ne fa menzione anche Scoppa.