05/08/2025
LA GESTIONE DEL VERDE URBANO E IL "BUSINESS" DEL CIPPATO: FACCIAMO CHIAREZZA
Spesso, attorno alla gestione delle alberature urbane, nascono e si diffondono teorie che attribuiscono gli abbattimenti a presunti interessi economici, come il cosiddetto "business del cippato" destinato alle centrali a biomasse. Analizziamo i fatti per capire perché questa tesi non abbia fondamento normativo.
La credenza diffusa
Secondo questa teoria, esisterebbe un incentivo economico ad abbattere gli alberi: le ditte incaricate non solo verrebbero pagate per l'intervento, ma ricaverebbero un ulteriore profitto dalla vendita del legno cippato alle centrali a biomasse. Si creerebbe così un circolo vizioso in cui "più si abbatte, più si guadagna", alimentato da una presunta "lobby del cippato".
La realtà normativa: un ostacolo insormontabile
Tuttavia, questa narrazione si scontra con una normativa europea chiara e vincolante: la Direttiva 2008/98/CE. Questa legge, recepita in Italia da quasi quindici anni, stabilisce in modo inequivocabile che i residui della manutenzione del verde pubblico e privato sono classificati come rifiuti.
In quanto "rifiuto", questo materiale non può legalmente entrare nella filiera energetica delle biomasse, la quale è strettamente regolamentata e riservata a materiale di origine agricola e forestale (selvicoltura).
Qual è il destino reale dei residui?
Se non può essere venduto alle centrali, dove finisce il materiale derivante da potature e abbattimenti? Le strade sono principalmente tre:
Recupero agronomico (scenario migliore): Il materiale viene trasformato in sottoprodotto per usi agricoli, come compost, pacciamatura o ammendante per il suolo, all'interno di un'economia circolare virtuosa.
Conferimento in termovalorizzatore (scenario intermedio): Il materiale viene smaltito in impianti che producono energia dai rifiuti. In questo caso, però, non solo non si genera un profitto, ma si sostiene un costo di smaltimento, che si aggira tra i 30 e i 50 euro a tonnellata.
Conferimento in discarica (scenario peggiore): Come un qualsiasi rifiuto indifferenziato, il materiale finisce in discarica, rappresentando un costo e uno spreco di una potenziale risorsa.
Perché le centrali a biomasse rifiutano questo materiale?
Le centrali a biomasse operano grazie a ingenti contributi statali ed europei, i quali sono vincolati a regole ferree sulla tracciabilità e la provenienza del materiale. Introdurre anche una minima quantità di cippato non conforme (come quello proveniente dal verde urbano) farebbe perdere loro l'accesso a milioni di euro di incentivi. Il rischio è troppo alto per essere corso.
Per esperienza diretta di chi opera nel settore, le proposte di conferire gratuitamente questo tipo di cippato, seppur di ottima qualità, vengono sistematicamente respinte.
Una riflessione per il futuro
Se da un lato è chiaro che non esiste un complotto del cippato, dall'altro emerge una questione cruciale: perché una risorsa potenzialmente preziosa è legalmente considerata un rifiuto? Invece di alimentare polemiche infondate, il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi su come modificare le normative per favorire una vera economia circolare, valorizzando questo materiale in tutti i settori in cui può essere utile, incluso quello energetico.
La prossima volta, invece di "credere che", proviamo a "chiedere a" chi lavora nel campo. La realtà è spesso più complessa, ma anche più interessante, di una teoria del complotto.