Giuseppe Boy - Pittore

Giuseppe Boy - Pittore Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Giuseppe Boy - Pittore, Painter, Cagliari.

Questa pagina è dedicata alla vita e alle opere di Giuseppe Boy, noto Peppino (Cagliari 1927–1984) e nasce con l’obiettivo di collaborare alla creazione di un archivio completo delle sue opere. Giuseppe Boy, il “Pittore Grattacielo”, è un artista sardo che si stacca completamente dai temi classici della tradizione isolana, per approdare invece a un inconfondibile stile personale. Formatosi a Milan

o negli anni’60, in seguito all’incontro con la Galleria Internazionale Cortina di Piazza Cavour, inizia a dipingere esprimendosi in modo convincente, senza tuttavia omologarsi con nessuna corrente o tendenza, senza mai lasciarsi imprigionare da definizioni o etichette, filtrando ogni esperienza alla luce di una sua personale concezione dell'arte come linguaggio individuale, inimitabile e autonomo. L’unicità della sua opera si caratterizza per la rappresentazione delle «GABBIE» e dei «CANTIERI con cui sembra raccontare il processo di costruzione e disgregazione della realtà urbana come metafora della condizione umana contemporanea. Negli anni 70 si colloca, invece, la sua seconda fase creativa in cui realizza il ciclo delle «SFERE», globi in sospensione nello spazio, che, aprendosi verso i bordi della tela, mettono a nudo il loro nucleo centrale.

Autore: Giuseppe BoyTitolo: opera senza titolo Serie: “Studio di figure” (1962-1964 c.a.)Tecnica: olio su telaProprietà ...
27/03/2026

Autore: Giuseppe Boy
Titolo: opera senza titolo
Serie: “Studio di figure” (1962-1964 c.a.)
Tecnica: olio su tela
Proprietà privata

Questo olio su tela del pittore cagliaritano Giuseppe Boy è riconducibile alla sua formazione iniziale, quando, ancora alla ricerca di un suo stile personale, egli esplorava un linguaggio pittorico fondato sulla scomposizione dei piani e la visione simultanea dei volumi.
Si tratta di un’opera fortemente espressiva e al tempo stesso costruttiva, dominato da tonalità terrose-brune, in cui il marrone si frantuma in volumi e superfici spezzate che richiamano l’estetica cubista. Essa è caratterizzata da un intreccio dinamico di forme che rimandano a una figurazione in bilico tra volumi plastici e linee sinuose: figure umane, n**e e prive di volto si dispiegano e si comprimono l’una sull’altra, come ingranaggi di un unico corpo collettivo: linee serrate ne intrecciano le anatomie in un abbraccio fitto quasi claustrofobico.
In primo piano, due sagome emergono dall’intreccio, forse un uomo e una donna, collocati l’uno di fronte all’altra; non hanno occhi né bocca, eppure nello spazio che li separa si concentra l’intero respiro del dipinto, come se lo sguardo che non possiedono fosse suggerito dal silenzio delle forme. L’insieme vibra di tensione e intimità, sospeso tra l’eco arcaica del corpo e la frammentazione moderna della pittura.

Giuseppe Boy, opera senza titolo nota come "Gabbia su fondo arancio". Olio su tela, cm 40 x 70. Firma in basso a destra....
17/03/2026

Giuseppe Boy, opera senza titolo nota come "Gabbia su fondo arancio". Olio su tela, cm 40 x 70. Firma in basso a destra.

Anche In quest’opera di Giuseppe Boy, come in gran parte della sua produzione pittorica è presente una dominante cromatica monocroma che costituisce un preciso dispositivo linguistico e compositivo dell’artista. La riduzione della tavolozza a una tonalità prevalente di toni caldi, infatti, consente all’artista di semplificare e sintetizzare le forme, sottraendo l’immagine alla descrizione naturalistica e orientandola verso una rappresentazione più essenziale e stilizzata. Attraverso la monocromia, egli elimina le distrazioni derivanti dal contrasto cromatico e concentra l’attenzione sulla struttura compositiva, sul ritmo delle linee e sull’organizzazione spaziale degli elementi del paesaggio. L’intera scena viene immersa in una medesima qualità luminosa che annulla le gerarchie tra primo piano e sfondo e trasforma il paesaggio in un continuum visivo. In questo modo la realtà rappresentata non appare più come un insieme di oggetti distinti, ma come un campo percettivo unitario, dominato da una stessa vibrazione tonale.
Sul piano espressivo, tale scelta produce una dimensione mentale e simbolica del paesaggio;: le tonalità dominanti – l’arancio caldo in questo caso – non mirano a riprodurre fedelmente la natura, ma a restituire un clima emotivo e una percezione interiore del luogo.
La monocromia diventa quindi un mezzo per trasformare il paesaggio reale in paesaggio della memoria o della visione, filtrato attraverso la sensibilità dell’artista.

Autore: Giuseppe Boy  Opera senza titolo, nota come “Viale del tramonto”   1980 c.a.  Tecnica: olio su telaNegli ultimi ...
25/02/2026

Autore: Giuseppe Boy
Opera senza titolo, nota come “Viale del tramonto”
1980 c.a.
Tecnica: olio su tela

Negli ultimi anni di vita dell’artista, quando la malattia rendeva ogni gesto più essenziale, Giuseppe Boy dipinge alcuni oli su tela, a cui si è soliti dare il titolo di “Viali del Tramonto”. Essi, infatti rappresentano paesaggi sospesi in una dimensione silenziosa e interiore, che appare come una metafora del congedo: un cammino solitario ma ordinato, accompagnato da una natura spoglia, che riflette la condizione umana, lasciando emergere memoria, silenzio e consapevolezza.
Questi dipinti mostrano un viale profondo e silenzioso, che si allunga verso un mondo lontano, immobile e privo di vita, quasi inghiottito dalla luce. Ai lati, alberi spogli, sottili, scheletrici, si stringono come in una lenta processione: non proteggono, non fioriscono, ma accompagnano. Le loro ramificazioni n**e sembrano mani, nervi, pensieri che restano sospesi. Il colore dominante non è violento, ma interiore, come una materia attraversata dal tempo.
Quel viale non invita al ritorno, ma conduce in avanti, verso una soglia che non si vede ma si intuisce. Non c’è paura in questo passaggio, piuttosto una accettazione quieta, quasi meditativa. È un viale che non sembra condurre nel nulla, ma nell’altrove.

Autore: Giuseppe Boy  Titolo: “Cantieri” con forme vegetali   Datazione: 1962-1969 c.a.  Tecnica: olio su tela  Dimensio...
20/02/2026

Autore: Giuseppe Boy
Titolo: “Cantieri” con forme vegetali
Datazione: 1962-1969 c.a.
Tecnica: olio su tela
Dimensioni: cm 50 x70
Proprietà: Collezione Eredi Boy

Questo dipinto di Giuseppe Boy, carico di una tensione fortemente drammatica, è dominato da tre grosse forme floreali che, lontane da ogni intento naturalistico, sono ridotte a segni essenziali e fortemente simbolici. Esse emergono in primo piano come presenze dense e silenziose, su uno sfondo che richiama in maniera evidente le tipiche strutture dei “Cantieri” del Boy: un intreccio serrato di assi che si intersecano le une nelle altre per dare forma a una gabbia chiusa in maniera inesorabile. Questa intelaiatura visiva non funge da semplice sfondo, ma definisce l’intero impianto compositivo, creando un dialogo continuo tra elemento organico e struttura costruita. L’opera restituisce così una visione in cui natura e architettura si compenetrano, esprimendo una riflessione sulla materia, sul tempo e sul lavoro umano, in linea con la poetica severa e meditativa che caratterizza la pittura dell’artista cagliaritano. Nel complesso l’immagine è potente e ambigua e suggerisce una condizione di conflitto interiore: forse un desiderio di esprimersi e crescere, ma sentendosi imprigionati da paure, rigidità mentali o ferite del passato.

Autore: Giuseppe BoyTitolo: opera senza titolo, serie “Cantieri” (1962-1969 c.a.) Tecnica: olio su tela Dimensioni: cm 6...
15/02/2026

Autore: Giuseppe Boy
Titolo: opera senza titolo, serie “Cantieri” (1962-1969 c.a.)
Tecnica: olio su tela
Dimensioni: cm 60 x 90
Ubicazione. Banca Intesa San Paolo - Cagliari

Tra le opere del Boy, commissionategli negli anni ’60 sia da privati che da enti pubblici, troviamo questo dipinto, acquistato allora dal Credito Industriale Sardo (CIS) e oggi conservato presso la Banca Intesa Sanpaolo, sotto la tutela della Soprintendenza della Città Metropolitana di Cagliari. Si tratta di un olio su tela in cui emergono i tipici palazzi in costruzione dell’artista cagliaritano, costituiti da un insieme ossessivo di linee che si intersecano le une nelle altre a formare edifici che non verranno mai completati. Tuttavia qui il cantiere non è colto in maniera frontale, bensì in una prospettiva radicale e destabilizzante, in cui l’osservatore è mosso a chiedersi se essa proceda verso il basso, oppure in avanti, o se si sviluppi piuttosto verso l’abisso opaco, privo di luce, che mette alla prova lo sguardo, trascinandolo lentamente in una profondità senza fine. Le linee, infatti, convergono verso una sorta di imbuto prospettico, un centro scuro che suggerisce l’idea di un sistema che cresce, si moltiplica e si tende verso qualcosa di ignoto, di sconosciuto, che non invita ma semmai assorbe. Lo spazio è direzionale e coercitivo; non c’è orizzonte, n’è alcuna via di fuga, è una tensione continua verso qualcosa che resta irraggiungibile e che crea una tensione emotiva di ansia e paura.

G.Boy, “Scultura in ferro battuto su base in marmo”, 1965-1975 c.a.Durante la sua prolifica carriera artistica,  Giusepp...
06/02/2026

G.Boy, “Scultura in ferro battuto su base in marmo”, 1965-1975 c.a.

Durante la sua prolifica carriera artistica, Giuseppe Boy ebbe modo di sperimentare anche la scultura, dando vita a un gran numero di opere in ferro battuto di cui oggi, purtroppo, possiamo dare conto solo per mezzo di un unico esemplare, in quanto fu lui stesso ad abbandonare tutte le altre per dedicarsi unicamente alla pittura. Questa scultura, conservata gelosamente nella Collezione Privata degli Eredi, è una piccola gabbia tridimensionale, un dispositivo spaziale essenziale e nervoso, costruito con sottili aste metalliche che si incrociano in modo irregolare, quasi provvisorio. Al centro è intrappolata un’esile figura umana appesa per le braccia, che a prima vista appare immobile in quello spazio, ma a ben vedere è un corpo teso in un gesto di sforzo estremo: un braccio sollevato, l’altro che cerca appoggio, le gambe sospese in una postura precaria. Non c’è staticità, ma una continua tensione verso l’alto, come se la figura stesse tentando disperatamente di adattarsi o di reagire allo spazio che la contiene.
La base in marmo su cui poggia la struttura sembra voler ancorare questo equilibrio instabile a una realtà concreta, quasi a dire che questa tensione non è astratta, ma radicata nel quotidiano. Qui, come sulle tele, il Boy esprime il suo linguaggio esistenziale, in cui la gabbia non è una prigione chiusa, bensì uno spazio aperto, incompleto, che suggerisce possibilità e costrizioni insieme, metafora di un mondo in trasformazione, dove l’uomo è al tempo stesso protagonista e vittima del progresso.

G.Boy, Copertina del libro “Voglio essere onesto” di Vladimir Vojnovic, 1964.Nei primi anni ’60, al culmine della sua ca...
30/01/2026

G.Boy, Copertina del libro “Voglio essere onesto” di Vladimir Vojnovic, 1964.

Nei primi anni ’60, al culmine della sua carriera artistica Giuseppe Boy si cimentò anche nella grafica, firmando tra l’altro la sovracopertina del volume dello scrittore russo Vladimir Vojnovic dal titolo “Voglio essere onesto” (Edizioni Bietti, Milano), in cui campeggia uno dei suoi famosi “Cantieri Gialli”, desolanti strutture costituite da assi e traverse che si incrociano a formare dei reticoli chiusi in se stessi in maniera inesorabile. Questi soggetti davvero unici, mai apparsi prima sulla tela, sono paesaggi urbani che nulla hanno di realistico, ma sono piuttosto paesaggi dell’anima che rappresentano lo stupore dell’uomo moderno di fronte a una città in transizione, quella Milano degli anni ’60 in pieno boom economico, in cui ad ogni angolo di strada si ergevano edifici in costruzione, talmente imponenti da provocare nel singolo senso di inadeguatezza e smarrimento.

G.Boy, “Sbarre”, 1963-1969 c.a.In un periodo di profonda crisi esistenziale Giuseppe Boy concepì un’opera di intensa esp...
16/01/2026

G.Boy, “Sbarre”, 1963-1969 c.a.
In un periodo di profonda crisi esistenziale Giuseppe Boy concepì un’opera di intensa espressività che può essere considerata uno dei suoi capolavori. Essa, infatti, segna il punto di arrivo di una ricerca espressiva durata anni, in cui l’artista raggiunge un equilibrio eccellente tra perfezione tecnica e intensità espressiva, capace di esprimere il senso di isolamento e di chiusura totale che provava in quel momento.
In primo piano, la composizione è dominata da una griglia di sbarre incrociate, elementi strutturali di un palazzo in costruzione, disposti verticalmente e orizzontalmente a creare un reticolo che separa due mondi lontani e distanti. Al di là di quella barriera si intravede una città sfumata e poco definita, priva di figure umane o animali, che contribuisce a creare un senso di vuoto e sospensione. Un albero spoglio sta in mezzo a questi due mondi; esso si staglia contro il piano di profondità, introducendo un elemento di contrasto con la geometria rigida delle strutture. Più avanti palazzi silenziosi, muti testimoni di un mondo straniero, da cui si è esclusi e che non è possibile raggiungere.

G. Boy, opera senza titolo, ciclo “Cavalli”, 1963-1964 c.a.In quest’opera, realizzata da Giuseppe Boy nella prima fase d...
19/12/2025

G. Boy, opera senza titolo, ciclo “Cavalli”, 1963-1964 c.a.

In quest’opera, realizzata da Giuseppe Boy nella prima fase della sua sperimentazione pittorica, si avverte già l’interesse dell’artista per una figurazione essenziale, carica di tensione emotiva, in cui la memoria personale si trasforma in immagine universale, capace di evocare nostalgia, libertà e appartenenza.
Il dipinto rimanda, infatti, agli anni dell’infanzia dell’artista, quando, sfollato a Bordigali, nel cuore della Sardegna, entrò in contatto diretto con la vita semplice della campagna. Il cavallo diventa così memoria vissuta, simbolo di un mondo arcaico fatto di lavoro, silenzio e libertà, osservato con lo sguardo intenso e partecipe del bambino. La posa dell’animale, lontana da ogni idealizzazione, restituisce una sensazione di autenticità e rispetto, come se il pittore volesse fissare non solo una presenza fisica, ma un legame profondo con la terra e con il tempo lento della vita rurale.

13/12/2025

G. Boy, “Il Ballo”, 1964.
Nella prima metà del ‘64 il Boy ruppe il contratto di esclusiva che aveva sottoscritto con un collezionista mecenate dallo spiccatissimo senso critico che in lui aveva colto il genio dell’artista. Così poté fare la sua comparsa pubblica nella scena milanese con una bella Mostra Personale, che venne curata dal Servizio Sviluppo e Propaganda del quotidiano “Il Giorno” e allestita presso la Galleria De Cristoforis di Milano. In quella occasione tra le opere esposte molti i “Cantieri” ma anche altri soggetti tra cui quest’opera giunta sino a noi sotto forma di copia realizzata con tecnica mista su supporto cartaceo (disegni e colori aggiunti su una base stampata), forse una prova unica sperimentale, cioè una stampa base ritoccata completamente a mano. Si tratta di una composizione in cui la frammentazione, la deformazione e il ritmo lineare concorrono a tradurre la condizione umana in termini simbolici ed emozionali, più che narrativi. Il fondo, costruito con ampie campiture materiche dai toni caldi ottenute attraverso una stesura densa e gestuale, suggerisce il movimento sotterraneo e dinamico delle figure che popolano la scena. Stilizzate, allungate e prive di tratti fisionomici definiti, sono modellate da cromie fredde (verdi, blu, grigi) che creano un netto contrasto con la calda vibrazione dello sfondo. Esse, delineate con pennellate scure e sinuose, occupano quasi interamente la superficie del dipinto, disponendosi in un gruppo compatto sulla sinistra su cui emerge una figura isolata, che sollevando le braccia sembra essere colta nell’atto di ballare. L’assenza dei volti e la serialità delle forme contribuiscono a un effetto corale di solitudine, di desolazione, di drammatica impossibilità di riconoscersi negli altri e di comunicare.

Indirizzo

Cagliari

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