22/05/2020
LE CITTA’ INVI(VI)BILI
riflessioni verso una pianificazione post pandemica
Mario Botta, intervistato da Stuart Wrede (The Museum of Modern Art, New York, 1987) a proposito del movimento moderno ed in particolare di come la società industriale abbia perso i suoi obiettivi originali, afferma in maniera chiara che:
“(…) il fallimento maggiore è avvenuto nel progetto urbano, con la visione di una città zonizzata.
L’organizzazione dello spazio vivibile nella città dev’essere qualcosa di più complesso che non una divisione in zone a diversa funzione da utilizzare in diversi periodi della giornata.”
La ricerca della complessità a cui accenna Botta, nonostante siano passati trentatré anni, resta un tema tristemente sottovalutato e l’attuale pandemia causata dal virus SARS-Cov-2 non ha fatto altro che far emergere i limiti di una pianificazione territoriale che in Italia, nel corso degli anni, non ha favorito né la ricomposizione dei centri urbani né la loro miscelazione e densificazione.
I concetti/divieti ricorrenti di spostamento e assembramento riportano l’attenzione sul tema della mobilità urbana in un momento storico, quella della fase 2, in cui il trasporto pubblico ridotto del 75% a causa del virus accresce la paura condivisa di un aumento critico della viabilità su mezzo privato.
Un passo indietro (o passo falso) che porterebbe il collasso della rete stradale di città come Roma in cui il trasporto pubblico era già inadatto a soddisfare lo spostamento di 1.183 milioni di passeggeri (dati del 2015, da: Rapporto Statistico sull’Area Metropolitana Romana – 2017 - La Mobilità e il
Pendolarismo - pag. 546).
Sicuramente non mancano da parte del governo le linee guida per l’adozione di regole di comportamento e per l’utilizzo di incentivi legati alla mobilità sostenibile ma è possibile delegare la soluzione delle criticità urbane alla sola assunzione di un atteggiamento green da parte dei cittadini?
È possibile risolvere il tema della mobilità appellandosi al solo principio di responsabilità individuale?
Non dimentichiamo che nella maggior parte delle nostre città, i luoghi di lavoro e le scuole sono spesso distanti dalla propria abitazione (o zona residenziale) per cui è impensabile l’idea di spostarsi pedalando per ore al giorno andata e ritorno.
È proprio la distanza il punto chiave su cui concentrare il modello di sviluppo post-coronavirus e a tal proposito, Il sociologo americano Richard Sennett, intervistato durante il forum Repensando el mañana (ripensare il domani) di Telefónica afferma che "La gestione della densità è la chiave per capire cosa significa questa pandemia per le città".
La densificazione delle aree urbane rappresenta l’obiettivo da perseguire poiché la concentrazione dei servizi consente spostamenti su una ridotta porzione di territorio riducendo il pendolarismo sulle grandi distanze.
La futura visione della città compatta quindi, trova il suo fondamento attraverso un sistema di relazioni tra pieni e vuoti che imitano l’organizzazione della casbah.
In questa ottica, il nucleo fortificato delle città islamiche, si configura come modello di città in miniatura in cui la zonizzazione lascia spazio a luoghi misti e multifunzionali che favoriscono l’interazione e lo scambio continuo.
È necessario considerare che se la complessità spaziale della città fortificata trova la sua applicazione ideale nell’edificio basso e compatto, dovremmo superare questo modello esclusivo e quindi la pianificazione post-coronavirus potrebbe portare ad una ibridazione tra la matrice a sviluppo orizzontale tipica della casbah ed il concetto di habitat e città verticale tipici del modernismo architettonico.
Una ricerca (ed uno sforzo amministrativo) indirizzata verso questo tipo di commistione, è difficile da immaginare in questo clima di incertezza generale causato dalla pandemia, è difficile sperare nella riorganizzazione delle nostre città attraverso una pianificazione attenta e capillare, è difficile sperare che la trasformazione che attendiamo da anni possa avvenire nel breve periodo a seguito di un lockdown che ha colpito l’intero paese ma, sempre come afferma Richard Sennet, “il potere di trasformazione sta nel fatto che le epidemie affliggono sia i ricchi che i poveri di ogni città.”
Ad maiora
Arch. Stefano Martorelli