09/12/2025
E noi Arboricoltori ci troviamo nel mezzo della diatriba ☹️
L’ALBERO SEPOLTO DALLA CARTA: LA SPIRALE DELLE PERIZIE E CONTROPERIZIE O DEL COME TRASFORMARE LA GESTIONE DEL VERDE IN UNA PARALISI BUROCRATICA, A COLPI DI TOMOGRAFIE, TRAZIONI E REPLICHE.
(articolo originale 9 dicembre 2025 - Francesco Ferrini)
C’è una certa amara ironia nel guardare un grande albero maestoso, sopravvissuto a decenni di intemperie, siccità e potature scriteriate, rischiare di soccombere non a un fungo o al vento, ma al peso della carta che gli viene prodotta attorno.
La valutazione della stabilità degli alberi – nobile disciplina che dovrebbe unire biomeccanica e biologia (in tutte le sue sfumature, inclusa la ecofisiologia) per tutelare l'incolumità pubblica e il patrimonio verde – sta scivolando pericolosamente verso una deriva grottesca: la guerra di trincea delle perizie.
Il copione è ormai un classico del teatro dell'assurdo. Il Tecnico A, incaricato dal gestore del bene, esegue la sua analisi (VTA, strumentale, supportata da risultati di trazioni) e decreta una classe di propensione al cedimento (diciamo D, la massima) o produce i risultati di un’analisi del rischio dichiarando lo stesso “inaccettabile”, cioè talmente elevato che non si è disposti ad accettarlo. Il risultato è “abbattimento”. Apriti cielo. Immediatamente entra in scena il Tecnico B, assoldato dal comitato di quartiere, dal condomino affezionato o dall'associazione di turno. La sua missione? Non necessariamente valutare l'albero tabula rasa, ma trovare il cavillo, la sfumatura, il pixel della tomografia che permetta di dire: "Non è vero, si può salvare".
Oltretutto questa successione fa sembrare che i due periti siano paritetici, sia per responsabilità sia per prassi diagnostica. In realtà spesso così non è, poiché il controperito non è, di norma, autorizzato a svolgere la sua attività. Inoltre, spesso, non valuta l’albero, ma si limita a controdedurre la perizia del suo predecessore.
Ed è qui che scatta la trappola. Invece di un confronto tecnico sano, parte il ping-pong. Il Tecnico A è costretto a redigere la “risposta tecnica alle osservazioni della controparte”, producendo la famigerata contro-contro perizia.
Questa spirale viziosa sta generando mostri:
• L’accanimento diagnostico: Si finisce per trapanare, ti**re e scansionare un albero come se fosse un paziente in terapia intensiva, cercando una certezza matematica che, in biologia, semplicemente non esiste. Si discute per pagine sulla velocità dell'onda sonica nel legno alterato, perdendo di vista l'organismo nel suo complesso. In questo contesto, le perizie spesso risentono di una narrazione errata che arriva al decisore e che, anziché ridurre il fattore umano di errore oggettivando il dato, paradossalmente lo accrescono, aggiungendo confusione interpretativa all'analisi.
• La paralisi decisionale: Immaginate l’amministratore o il funzionario pubblico che si trova sul tavolo due relazioni firmate da professionisti abilitati che dicono l'opposto, e una terza che smentisce la seconda per confermare la prima ma con riserva. Qui subentra un fattore critico: di fronte all'incertezza la Pubblica Amministrazione deve agire in maniera precauzionale, non potendo far firmare alla cittadinanza, come succede invece nel campo medico con i pazienti, una liberatoria per l'accettazione del rischio residuo. Inoltre, il tutto va visto nel contesto del nostro Paese, nel quale prevale schiacciante la "cultura del colpevole" e non la "cultura dell'errore", paralizzando di fatto chi deve firmare l'ordinanza. Risultato? Nessuno decide. L'albero resta lì, magari con la situazione di pericolo e il potenziale rischio che può determinare, mentre la burocrazia "decanta".
• Il discredito della categoria: Agli occhi del profano, questa confusione è devastante. Se due "dottori degli alberi" guardano la stessa pianta e uno vede un pericolo mortale mentre l'altro vede un gigante in salute, il messaggio che passa non è che la materia è complessa. Il messaggio che passa è che la valutazione è un'opinione prezzolata. Che la scienza serve a giustificare la tesi del committente.
Stiamo rischiando di trasformare l'arboricoltura in un dibattito forense. Ma gli alberi non leggono le nostre controdeduzioni, e la gravità non aspetta i tempi della giustizia amministrativa.
Sarebbe ora di recuperare un po’ di onestà intellettuale e di rispetto per la professione. La valutazione di stabilità non è un duello a chi scrive la relazione più lunga o infarcita di grafici colorati. È un atto di responsabilità verso la sicurezza e verso la natura.
Tutto il resto è solo carta straccia, che di certo non serve a concimare le radici.