15/12/2021
Siamo a Röszke, confine tra Ungheria e Serbia, proprio dove passa la doppia recinzione di ferro e filo spinato che il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha fatto costruire tra il 2015 e il 2017. A pochi metri comincia il territorio serbo, ma quel corridoio centrale è terra di nessuno.
Giuridicamente è territorio ungherese, certo, ma in quel perimetro tutte le leggi europee sul diritto dei migranti svaniscono. Ed è proprio lì, tra le due inferriate, che polizia e militari pattugliano avanti e indietro per bloccare ogni tentativo di accesso. I migranti lo chiamano il “little game” e comincia intorno a mezzanotte, quando tutti insieme provano ad arrampicarsi sulle grate, in alcuni punti strategici della barriera.
Io sono dall’altro lato della rete, dal lato fortunato, solo per destino. In pochi minuti, due ragazzi vengono portati in manette, mentre una pattuglia scarica per terra tre ragazzini terrorizzati. Stanno chini, con la testa bassa. Quando la torcia della poliziotta li illumina in pieno viso, scorgo del sangue, forse uno di loro è stato colpito. Ma a nessuno del corpo di sorveglianza ungherese sembra importare che io sia lì a documentare tutto. «Così almeno la gente sa cosa succede davvero di notte», dice uno degli agenti. Orbàn racconta che l’emergenza migratoria non esiste più grazie a lui, che i sacri confini dell’Ungheria sono intatti e che nessuno si azzarda più ad avvicinarsi, perché tutti sanno che non si passa. «Chi è stato preso, nonostante gli appelli per un avvocato o per la richiesta d’asilo, viene respinto indietro e ritorna al punto di partenza.
Quello che accade tra Ungheria e Serbia è molto simile a quello che è successo tra Polonia e Bielorussia, anche se i flussi al momento sono meno imponenti. Ma sofferenza e difficoltà sono le stesse.
👉 Il reportage di Bianca Senatore continua sull'Espresso in edicola e online