27/10/2020
"Ritorno in Sicilia"
Era l’Agosto del 2014, quando le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del sisma del Belìce erano lontane, e affrontavo il primo sopralluogo alla “campagna” dei miei futuri clienti. Costeggiammo i ruderi del Vecchio Centro e ci inoltrammo per le strade interpoderali, giungendo in una vallata attraverso vigneti e filari di ulivi. Ci accoglie sul posto il fabbricato rurale dell’infanzia e delle scampagnate che animavano le ferie estive di chi vive altrove 350 giorni l’anno. In mezzo ai filari di ulivi uno spiazzo, generato volontariamente dalle piante che non hanno attecchito. Intorno la campagna in tutte le sue forme, sullo sfondo colline lontane su cui si stagliano iconiche le rovine di Montevago, il resto: un cielo immenso.
“Architetto noi vorremmo costruire qui la nostra casa siciliana, in questo spiazzo…
…No, non vogliamo ingrandire il fabbricato esistente, deve restare com’è .(com’era nei ricordi di infanzia n.d.r.)
Non vogliamo l’ennesima casa in paese, siamo legatissimi alla nostra azienda agricola e produciamo olio…
Tra qualche anno saremo in pensione e vogliamo una casa per TORNARE IN SICILIA!”
“Cos’è per voi la Sicilia?” chiedo, generando una esposizione di immagini introspettive, di atmosfere e colori, come prevedibile, ma senza la nota nostalgica che ci si aspetta. Non chiedevano di ricostruire ciò che ormai è storia, sia collettiva che personale, ma di potere vivere in quello spiazzo e soltanto lì.
Ma quel “lì” era pieno di significati: la nuova costruzione doveva incastonarsi tra la terra rossa e polverosa, gli alberi di ulivo, il fabbricato esistente, con cui mantenere un rapporto quasi reverenziale, il sole, il cielo, il clima e la Storia a poche centinaia di metri, quel color ocra riconoscibile da lontano, il tufo.
“Architetto, starei ore a guardare le murature di tufo del paese vecchio. Lo voglio nella mia casa siciliana. Ma voglio che sia vero!”
A quel punto la strada era segnata, ed iniziavo inconsapevolmente un percorso obbligato che mi avrebbe condotta oggi ad una nuova consapevolezza sul ruolo che l’architettura svolge nel superamento della ricostruzione post sisma.
I committenti avevano inconsapevolmente bypassato tutta quella fase di “produzione edilizia” della nuova Montevago, fatta di “superfici ammesse al contributo”, metrature di balconi e armadi a muro che avevano generato una infinità di progetti edilizi incapaci di concepire, però, dei “luoghi” da abitare; sono tornati consapevoli di ciò che realmente doveva essere valorizzato.
L’iter progettuale si avvia, pertanto, con una riflessione sul ruolo della muratura di tufo facciavista, e su come introdurre questo elemento all’interno di un sistema edificio che rispettasse i canoni energetici, di sicurezza e di dotazioni impiantistiche richiesti dalla odierna normativa. Considerato inoltre che la struttura portante sarebbe dovuta essere, su espressa richiesta, intelaiata in calcestruzzo armato.
L’area di sedime ha uno sviluppo rettangolare lungo l’asse est-ovest, l’accesso avviene dal viale in direzione sud-nord, superando il fabbricato esistente a sud.
L’abitazione, ad unica elevazione, è concepita come un organismo che si espande verso l’esterno attraverso spazi vivibili a diretto contatto con la campagna circostante. Il sito in questione, per l’orografia del terreno, non consente scorci panoramici, pertanto il “lastrico”, ampia terrazza di copertura accessibile da una scala esterna che caratterizza la facciata principale a sud, consente di includere una visuale di tutto l’orizzonte visibile in ogni direzione.
L’edificio si sviluppa in senso longitudinale, a pianta libera, suddiviso in zona giorno e zona notte da semplici elementi architettonici. La struttura portante non è mai visibile , mentre dei setti murari in conci squadrati di arenaria cuciono gli spazi esterni agli ambienti interni. I setti murari vengono introdotti come elementi planimetricamente autonomi, concepiti come muri di spina da cui si sviluppano gli ambienti. Esternamente, ricoprono la funzione di delimitare gli spazi ancora dell’abitazione da quelli della campagna o dall’area di accesso compresa tra l’ingresso al nuovo edificio ed il fabbricato esistente. Costituiscono inoltre degli elementi di ombreggiamento per le zone esposte ad est e per ore serali estive, mentre l’ampio pergolato esposto a nord consente di potere fruire dell’ombra nelle ore antimeridiane.
Le “forme” introdotte dialogano con un intorno punteggiato da fabbricati rurali isolati con copertura ad unica falda, in muratura facciavista o intonacati; più in generale ci si richiama alla mediterraneità anche nei colori e nelle finiture selezionate.
Le dotazioni impiantistiche nonché i materiali utilizzati con particolare attenzione alla stratigrafia dell’involucro opaco hanno consentito di realizzare un edificio molto efficiente (classe energetica A3).
Le componenti “tradizionali” vengono riproposte in un contesto moderno rispettandone regole costruttive e tipologiche dei materiali utilizzati, anche grazie alla grande attitudine artigianale delle maestranze locali, con le quali si sono effettuati diversi sopralluoghi al vecchio centro con lo scopo di formare, per quanto possibile, un campionario di orditi, metodi di sigillatura dei conci, formazione delle architravi, ed ottenere gli strumenti che ci consentissero di “mantenere vero il tufo utilizzato”.
“…quando una cosa passata da molto tempo ritorna, oggi, in un mondo mutato, è nuova.” (C.G.Jung – Il Libro Rosso, p.311)
Queste incursioni nelle tradizioni costruttive di una storia cristallizzata in rovine, seppur nel rischio di scadere in formalismi, hanno consentito di giungere ad un organismo complesso per le sue relazioni con l’intorno, per lo sviluppo volumetrico e planimetrico, per la sua capacità di incastrarsi in quel “lì” senza invaderlo, per il rapporto che complessivamente vuole intrattenere con la sicilianità dell’abitare.
Oggi, nell’anno delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del sisma del Belìce, da cui emerge la necessità di “costruire bellezza” per questi territori, la mia nuova consapevolezza è che oggi una nuova Montevago, un nuovo Belìce è possibile se solo riuscissimo a vedere il terremoto, oltre la ricostruzione.
Maggio 2018
Aa n.32 ottobre 2020