12/12/2023
LA MANO, IN VERITA', E' UN VISO.
Di quello sguardo puoi innamorarti, del tocco, dell’intoccabile.
Di solito, la mano è sinonimo di tutto l’uomo: “Salvami dalla mano di…”; “Non mi abbandonare alla mano del nemico…”, è implorazione canonica nella Bibbia. La mano è il laboratorio dell’alfabeto – da pollice a mignolo è fenicia l’abilità nel segno –, il vaglio della misura.
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PICCOLO DISCORSO SULLE MANI (che sono volti e uomini) nell’opera di Caravaggio
Prima furono creati i segni sulla mano, una scansione di fossili: da lì fu dedotto l’uomo. Per questo, si impongono le mani,
basta essere ‘toccati’ per sgravarsi della salvezza.
Si bacia la mano del potente, perché quello è il luogo in cui si può stringere o mollare, strozzare o benedire, dare la morte o pendere per la vita.
Lavarsi le mani: segno di pulizia, di purezza. O di disinteresse. Di una donna non si chiede la vita, ma la mano. La mano come un anello.
Le dita sono occhi. Ciechi, carichiamo gli occhi di ogni verità: ma la superficie inganna, per ombre aspre e fiotto di luce. Soltanto il tocco delle mani, il tastare, ci fa capire la natura di un viso.
Le mani, in conca, contengono del volto ogni anfratto: la sindone,
la sinopia.
A cosa serve la mano lo illustra Caravaggio, nel quadro, conservato a Potsdam, in cui Tommaso fa serpeggiare l’indice nel costato di
Cristo.
A vedere bene, il quadro ha tre mani al centro:
quella di Tommaso, che scava la carne dissanguata; poi quelle di
Cristo: una che apre la veste e l’altra che trattiene il polso di Tommaso, come se, scavando con troppa violenza, il discepolo possa cadere in Dio.
L’altro quadro in cui la mano è centrale è la Vocazione di san Matteo in San Luigi dei Francesi. In questo caso la scena allestita
da Caravaggio è davvero speciale: la luce, che giunge da una
finestra invisibile, forse sfonda le mura, sottolinea il gesto di Gesù, alla destra, che indica Matteo, al lato opposto del quadro,
impegnato – con le mani – a contare i soldi.
Il gesto di Gesù, però, è triplicato: il vecchio di fianco a lui e uno degli uomini vicini a Matteo, compiono lo stesso gesto,in imitazione gergale – così a noi suonano le parole del maestro, come dita.
Meglio ancora: lo stesso dito, l’indice, è usato, in un quadro, per scavare, nell’altro per chiamare.
Da quando ho visto la Cattura di Cristo di Caravaggio a Dublino, le mani mi ossessionano. In particolare, le mani di Caravaggio. Lo scrivo con smisurata ingenuità: mi sembra che le mani siano il cuore di tanti quadri di Caravaggio. Non mi importano le mani
come tratto distintivo di un pittore ma per il ruolo scenico che rivestono. La Cattura di Cristo ha, al centro simbolico del
quadro – in basso – le mani intrecciate di Gesù: se le sciogliesse, svanirebbe il creato. Poi c’è la mano rude di Giuda che lo afferra, quella, inguantata nel ferro, del soldato che gli va al collo;
quella, delicatissima, dell’uomo, sulla destra, che regge la lampada, e l’altra, di cui si vedono solo tre dita, aperte, a mimare un urlo,
dell’apostolo, disperato, che mira il nulla.
Il modo in cui Giuditta afferra la spada è replicato dalla forza con cui Oloferne afferra il lenzuolo, appena macchiato di un sangue spesso, come una corda. Con la sinistra Oloferne tira i capelli dell’uomo, per spiccare il capo; la vecchia tiene un telo su cui verrà
posta la testa mozza. Le mani dei tre sono nella stessa fascia
centrale del quadro: come se recitassero il dramma in modo
autonomo, più eloquenti dei visi.
D’altronde, la Conversione di San Paolo a Santa Maria del Popolo è nelle mani, arrese, aperte, a sostenere la gravità di Dio, come la Crocefissione di san Pietro è tutta nella mano chiusa e inchiodata alla croce, ammirata con timore, ma con un tratto di felicità
dal vecchio discepolo: anch’io patisco il tormento del mio maestro, ed è questa la gloria. Il discepolo prediletto chiude la mano sul chiodo.
Nel San Matteo e l’Angelo ancora in San Giovanni dei Francesi, la creatura celeste è circonfusa in una tunica bianca. La mano destra stringe un dito della sinistra: come se l’angelo stesse contando o dettando qualcosa a Matteo, che scrive. In realtà, è l’angelo a
imparare la mano da Matteo: cosa ha mai toccato di umano un angelo, che cosa può afferrare, che cosa accarezza?
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In una poesia dedicata all’ Annunciazione, Rainer Maria Rilke fa parlare l’angelo:
Ma tu hai stupende, benedette le mani.
…
io sono il giorno, la rugiada, ma tu, tu sei la pianta.
Se le conficcassi nella terra, le mani diverrebbero radici
ma noi le gettiamo al cielo perché si facciano raggi, falchi.
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https://www.pangea.news/caravaggio-le-mani-nei-suoi-quadri/