11/05/2024
“Ho fatto la mia scelta incivile 30 anni fa, su un lettino d'ospedale, mentre mi curavano le sette costole e il naso rotti a botte da mio marito. Da mio marito. Mi dissero che ero incinta di cinque o sei settimane. Avevo partorito da poco. Ero fresca di cesareo, eppure lui mi prendeva con violenza, ogni notte fino a quella notte, che da qualche parte ho trovato il coraggio di dire no. Mia figlia, tre mesi, non voleva staccarsi dal mio seno, dove era stata appiccicata a ventosa per ore e ore,, così la lasciarono con me, tra le mie braccia, i suoi occhi annodati a quello che rimaneva del mio viso.
Non mi ero difesa. Non ci avevo nemmeno provato, troppo concentrata che una delle mazzate non colpisse la sua testa, così rimasi tutto il tempo chiusa a c***a sulla mia creatura mentre lui mi massacrava. L'avevo protetta. Eravamo salve. Ma non ce l'ho fatta a pensare a un'altra vita da difendere in quel momento. Non ne ho avuto il coraggio.
Poche settimane dopo ho abortito.
Ho pianto tanto, poi non ho pianto più. Mi chiesero se volessi l'anestesia locale, ma scelsi d'essere addormentata. Avevo troppa paura di alzarmi di colpo da quel lettino e scappare via all'ultimo momento. Non sapevo dove trovare la forza per chi c'era già, non ero in grado di pensare ad altro, piccola donna senza più un sogno, circondata da macerie.
Ricostruire in quel momento era una montagna da scalare a mani n**e e io, mi sentivo minuscola e senza muscoli.
Mi sono pentita? Chi può dirlo? Come fai a quantificare un dolore, un fantasma, un rimpianto? Me ne vergogno? No. E non permetto a nessuno di farmi sentire colpevole.
Ho già pagato e pago la mia scelta ogni volta che ci penso. Gli altri non contano e non si devono permettere di parlare.
La rifarei? Come posso dirlo adesso, a 55 anni, che quella montagna sono diventata io, roccia dopo roccia, scalata dopo scalata? Ora che le ferite sono cicatrici da mostrare a chi ancora sanguina e ha bisogno di una carezza? Che domanda inutile.
Sono strane le donne, nella forza delle tagliole trovano la forza della guarigione.
A volte il tempo impara a scorrere lento, nella bassa marea di conchiglie, su certezze di sabbia, le caviglie n**e, uno scialle di lana a coprire le spalle e davanti la vita che spara.
Sono stati tanti i passi della rinascita che ho scritto a giorni alterni, come a raccontare un vento che sposta e benedice la terra dove piccole grandi guerriere ogni giorno si riprendono l'anima.
Oggi sono serena e questa serenità l'ho conquistata coi denti. Chiunque si permetta di giudicare questa scelta di una donna è un essere indegno e infame e non merita gli sia data voce. L'ho raccontato perché nessuna di voi, amiche mie, si senta mai giudicata per qualcosa, che io lo so, ha pagato con la sua carne, il suo sangue, il suo cuore.
Vi abbraccio tutte. Spegniamo i roghi.”
Annamaria Giannini
18 febbraio 2020