23/09/2024
𝗧𝗶𝗿𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗲 𝗰𝗮𝗽𝗼𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗲
Tiranti e capochiave sono da sempre abituati a lavorare insieme tanto da riconoscerli col nome di catena.
Costituiscono uno dei metodi più antichi ed efficaci per migliorare la resa strutturale delle costruzioni in muratura.
Sono chiamati ancor oggi catene proprio per la loro capacità di trattenere, legate tra loro in una sorta di patto di solidarietà, i muri di un qualsiasi edificio.
Soprattutto quelli più antichi.
Quelli del tempo in cui le costruzioni erano fatte senza cemento armato, ma piuttosto di pietra, tenute insieme da malta povera o addirittura fango.
Case, chiese, ponti, torri o campanili che fossero.
S’incominciava a posare le catene dal secondo piano e si ripeteva per i successivi.
In questo caso le catene restavano fissata e nascoste all’interno del muro portante.
In facciata restava visibile solo il capochiave, magari non eccessivamente elegante ma che ancora oggi trasmette piuttosto un senso di forza e sicurezza.
Nelle costruzioni più piccole, di un solo piano, rurali o di montagna la posa delle catene avveniva, eventualmente, in un secondo momento.
Solo all’evidenza di qualche cedimento, allo scopo di contrastare la spinta verso l’esterno ed evitare il ribaltamento o il crollo de muro compromesso.
Questo, solitamente si legava al muro ancora sano che stava di fronte al primo.
Non a caso quando si vedono delle chiavi di ferro nelle case di montagna, si notano anche rigonfiamenti, fessure verticali o strapiombo della muratura.
La catena, di fatto, è una lunga barra di ferro battuto, spesso tondeggiante, detta tirante. Alla sua estremità un occhiello predisposto già nel momento della forgiatura, per contenere il capochiave.
Nel mettere la catena, solo il foro dell’occhiello deve stare a filo, ma interamente fuori dal muro.
Quando la chiave è particolarmente lunga, il tirante è diviso in due pezzi agganciati tra loro. Il capochiave è davvero l’elemento di chiusura dell’intera catena, per questo il suo nome non è casuale.
E’ l’unico pezzo messo in bellavista ma fondamentale per il funzionamento della catena.
In sostanza il capochiave è uno spinotto sempre di ferro battuto.
Un unico paletto diviso in due parti di forma leggermente diversa tra loro.
La prima, quella destinata a essere inserita nell’occhiello è più lunga, indifferentemente di forma tondeggiante o quadrangolare, e il profilo leggermente a cuneo.
La seconda più appiattita, divisa dalla prima da una protuberanza che permette di fermare il capochiave sull’occhiello del tirante.
Un tempo nel momento della posa del capochiave era in uso riscaldare le parti terminali della catena per dilatarla.
Con il successivo raffreddamento la catena tendeva ad accorciarsi ed entrare quindi in trazione.
Catene e capochiavi erano fatte nelle ferriere e nelle officine locali.
La tecnica di costruzione e di fattura poteva leggermente variare secondo l’ingegno e la fantasia del fabbro.
Solitamente il capochiave non va posto in maniera verticale ma possibilmente con l’inclinazione di circa venticinque gradi per influire così su un’area maggiore del muro.
Le chiavi erano e sono sempre indispensabili per contenere le spinte laterali degli archi o delle volte.
Per quanto riguarda le case più alte e per quelle proprietà che potevano permetterselo, le chiavi cominciavano a essere posate all’altezza dei primi solai.
In questo caso la sistemazione delle medesime avveniva contemporaneamente all’elevazione dei muri.
Così facendo restavano incassate nella muratura oppure appoggiata sui solai e coperte dai pavimenti. Incrociandole possibilmente all’altezza degli angoli dell’edificio.
Comunque nelle campagne e sulla montagna esisteva anche un sistema di catene meno costose, fatto di legno.
In questo caso il tirante era uno o più travi del solaio che oltrepassava il muro perimetrale.
A filo della facciata era opportunamente forato e nel foro fissato un paletto con la funzione di capochiave.
In un altro caso, sempre all’estremità della trave era inchiodata un’asola di ferro alla quale s’inseriva il capo chiave ancora di ferro.
Tuttavia queste erano soluzioni povere, ma poco sicure e di scarsa efficacia.
Tuttavia l’utilizzo delle chiavi è sempre in uso.
La teoria e la tecnica restano le stesse di un tempo sebbene i materiali e la tecnologia siano cambiati.
Questo antico ma efficace metodo di consolidamento delle murature è ancora attuale.
Soprattutto nei casi di restauro di edifici storici, ma anche nelle aree sismiche dove si fa apprezzare per la sua leggerezza, il basso costo, la limitata invadenza e la capacità di mantenere unite le murature garantendone allo stesso tempo una certa elasticità.