12/04/2020
Io sto bene, e tu? Roma ai tempi del Coronavirus 2*
Cara Emanuela,
io sto bene. Tu come stai?
Grazie della tua mail, se io sapessi ballare direi che mi hai invitato a un tango mozzafiato, ma temo di deluderti, penso di non essere molto raccomandabile, sotto molti aspetti. Vedo infatti nello spazio pubblico un pericolo. Penso che dovremmo evitare di limitare allo spazio pubblico l’offerta culturale, sociale, economica, politica del progetto di paesaggio. Naturalmente lo spazio pubblico è importantissimo. il Papa, che è fra l’altro un grande statista, lo ha capito e ce ne ha dato un’immagine indimenticabile. Ma noi sembra che in ogni epoca si cerchi un Aventino, uno spazio di autoesclusione. Ho il sospetto che lo spazio pubblico stia diventando per noi un piccolo Maelstrom, un gorgo pieno di rottami che girano vorticosamente, orrendi arredi, nati vecchi prima di vedere la luce.
Ora noi siamo agli arresti domiciliari, con il Parlamento che non è in grado di operare nel pieno delle sue facoltà, un debito che una volta spolpati del tutto i nostri figli e i nostri nipoti non avrà più nulla da vendere, un golpe -perché è un golpe-, democratico -perché è democratico-, una gestione del potere basata su una fiducia ampia e diffusa, che al momento conferma le sue deleghe, ma obiettivamente pochissimi capiscono fino in fondo la trama della commedia e sanno se e quando volgerà in tragedia.
Lo spazio pubblico è vuoto, tu dici, assenza. Non credi che lo fosse anche prima? E forse peggio. Quando tutti andavano dappertutto e in nessuna parte. Uno scenario terribilmente conformista e ripetitivo e noioso, e per di più saturo, da qui il respiro che dobbiamo confessare nel partecipare oggi al più grande gioco d società della storia umana, niente a che vedere con i riti della peste, ogni giorno un punteggio, ogni giorno analisi sempre più sofisticate, ogni giorno una smentita. Quegli spazi vuoti sono bellissimi, lì sembra che debba iniziare la fine di 8 1/2 di Fellini, che improvvisamente migliaia di personaggi e di comparse debbano irrompere sulla scena.
E qui è necessario un corto circuito. Il progetto che serve è sempre un a priori, mai un a posteriori. Non dobbiamo inseguire le crisi, dobbiamo precederle.
Noi paesaggisti ci occupiamo di spazi esterni, ma questi sono solo in parte definibili come spazi pubblici. Secondo me dovremmo lavorare in un senso più ampio su vari ordini di problemi:
tieniti forte il terremoto è il primo tema che io credo dovremmo affrontare, Silvio Salvini ne ha appena data una conferma con una sua intuizione che ha messo in scena all’Ordine degli Architetti di Roma. A me lo aveva già insegnato Eugenio Battisti nella prolusione del suo corso di Storia dell’Architettura a Reggio Calabria, ci aveva detto che il nostro compito era di insegnare alla popolazione come mettersi in sicurezza in caso di terremoto. La frequenza e la forza dei terremoti in Italia dovrebbe chiamarci a fare dei piani di ricostruzione per tutto il Paese, con vari gradi di durata, perché dovrebbero essere in perenne evoluzione, essere sempre pronti, un tema bellissimo di città invisibili, in parte stabili, in parte effimere, che sarebbero come angeli custodi del nostro patrimonio.
Per lo stesso motivo essendo noti i cicli dell’acqua e la sua attitudine ad assumere sempre di più modalità catastrofiche, dire basta all’improvvisazione, progettare parchi idrogeologici, e lo stesso vale per le infrastrutture, progettare ospedali, stazioni, ponti, porti, dronodromi (sì, proprio aeroporti di droni, come ha già fatto Sir Norman Foster). Tutto ciò è possibile, e addirittura può comportare enormi risparmi, le categorie del recupero, del restauro, della ristrutturazione, della manutenzione potrebbero tornare ad avere un senso. La giovane generazione di paesaggisti, architetti, urbanisti dovrà guidare questo percorso cominciando con la riscrittura di una sintassi e di una grammatica, un processo che inizia con la distruzione dello zoning e degli standard urbanistici. Definire principi di orientamento, qualità di nuova centralità, canoni di mobilità e di sicurezza è il nostro obiettivo primario. Bellezza, dignità del lavoro, ascolto dei luoghi sono i nostri valori.
E rispetto al passato io cito Giancarlo De Carlo, “… Ho nostalgia del futuro”.
Rafforzare le nostre competenze nella vegetazione, piantare, piantare, piantare (così mi diceva Renzo Piano quando lavoravo con lui al nuovo Auditorium di Roma, concependolo come un Parco della Musica) in particolare reinventare i sistemi di attici, superattici, terrazze, giardini pensili.
Puntare sull’economia indotta, sulla capacità di promuovere processi di governance…
(si odono improvvise voci agitate dal fondo)
Ma cosa dice quel lì?
Lascia star, che l’è roba de barbun…
Foto
Ovunque, per gentile concessione dell’autrice, Monica Sgandurra
* Emanuela Morelli, direttrice di RI-VISTA mi ha invitato a pubblicare la nota “SEGREGAZIONE” apparsa su Facebook qualche giorno fa e se possibile a integrarla con qualche approfondimento. Ho accettato e suggerito di pubblicare la prima nota nella sua versione originale, aggiungendo questa seconda nota, “SEGREGAZIONE 2”, che ho scritto per questa occasione.
Sulla rivista Fabio Di Carlo farà una breve introduzione e Monica Sgandurra curerà il commento fotografico.
È Pasqua, auguri a tutti, di cuore