10/02/2018
I volumi di DECOR iniziano con un articolo di Patrizio Pensabene che fa il punto su metodo e obiettivi dello studio della decorazione architettonica oggi, dopo più di un secolo di indagini e riflessioni sull'argomento. Si tratta secondo me di una splendida lettura, che chiarisce bene dove stiamo andando e perché, ribadendo il ruolo del contesto e la necessità di restituire il frammento all'architettura.
Molti dei materiali di cui ci occupiamo sono rinvenuti fuori contesto e sono dunque stati esaminati soprattutto dal punto di vista dell'analisi tipologica, ovvero cercando di classificarli in gruppi, sottogruppi e tipi. A questa analisi formale si aggiunge l'indagine sulle tecniche di lavorazione, sul contesto storico, sui rapporti tra esecutore e committente, sul significato iconografico.
Al punto a cui sono arrivati gli studi, sembra però necessario tentare inoltre di capire come queste forme fossero percepite dall'osservatore: il loro messaggio doveva essere compreso infatti dai visitatori intuitivamente e immediatamente e soprattutto nell'insieme di un'architettura (e non separatamente per singoli motivi), e questo sulla base dell'esperienza precedente nella visione di altri edifici, introiettata e condivisa in un dato luogo e in una data epoca. L'osservatore, dunque, recepisce quasi automaticamente come le tradizioni precedenti, che ha potuto osservare in altri edifici, siano riproposte (per ripetizione, imitazione, citazione, o ispirazione) e modificate (per invenzione o con cambiamenti e variazioni, da appena percepibili a dominanti), fino a creare nuovi tipi, che si possono "distinguere" dai precedenti.
Si tratta di un nuovo modo di gettare luce sull'evoluzione (non lineare) delle forme.La tradizionale classificazione tipologica è stata invece spesso un esame di singoli frammenti, a volte di singole modanature, e si è allontanata dalla visione d'insieme antica, che è nostro obiettivo capire.
Nell'articolo segue una breve scorsa degli studi tipologici dagli inizi del '900 (Weigand, Delbrück, Kähler, Heilmeyer, e poi Leon, Neu, Wegner e le schede del catalogo del Museo Nazionale Romano, e poi von Hesberg, Gros e Sauron, e ancora Zanker e Hölscher).
La "distinguibilità" della decorazione di un edificio dipende dalle intenzioni del committente e dal messaggio che vuole inviare, e deriva dall'oscillazione tra conformismo alla tradizione e sua trasformazione. Un certo grado di conformismo è legato anche alla produzione in serie di elementi architettonici, resa possibile dalla standardizzazione dei rapporti proporzionali tra le varie parti dell'edificio e dell'ordine.
Questa distinguibilità tuttavia può esistere anche in settori diversi di un monumento o in monumenti coevi e prevede dunque la necessità di studiare la decorazione architettonica tenendo conto della sua visione d'insieme. Oltre al riconoscimento del frammento e all'indagine sulle sue qualità formali (definendone la cronologia) è necessaria dunque la ricostruzione della sua posizione in elevato, che a volte costituisce l'unica contestualizzazione possibile: la decorazione architettonica, infatti, a differenza della ceramica, è scolpita a mano, in varie fasi, l'ultima delle quali in opera, e spesso specificatamente per la sua destinazione in un preciso monumento, con la possibilità di correzioni ottiche per ottenere l'effetto desiderato. Lo studio del linguaggio architettonico dovrebbe quindi essere uno studio di insieme, che arrivi a comprendere le scelte dettate dal contesto e la percezione d'insieme e le reazioni dell'utente.
Questa indicazione segue la logica della definizione di "decor" in Vitruvio: dipende dalla natura loci ed è ciò che "decet", ciò che "si addice", cioè, all'edificio, al periodo e allo spazio.