17/04/2026
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Negli ultimi anni le forze politiche che hanno governato questo Paese hanno scelto consapevolmente di calpestare la dignità dei professionisti e di smantellare il sistema delle tariffe minime di proporzionalità tra lavoro e retribuzione.
In nome di una presunta liberalizzazione del mercato, è stato cancellato ogni riferimento minimo di dignità economica per le professioni intellettuali e tecniche, lasciando il compenso alla totale discrezionalità del mercato e del committente.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una corsa al ribasso senza regole, dove la qualità, la responsabilità e la complessità del lavoro professionale non contano più nulla rispetto al prezzo più basso.
Così facendo, è stata colpita direttamente la parte più qualificata della società: ingegneri, architetti, tecnici e professionisti ridotti a meri esecutori sottopagati, senza alcuna tutela reale della dignità del loro lavoro.
Non si è trattato di una riforma neutra, ma di una scelta politica precisa che ha progressivamente indebolito il ceto professionale, cioè quella componente che garantisce sicurezza, qualità e sviluppo al Paese.
L’equo compenso, introdotto successivamente, si è rivelato insufficiente e tardivo: una toppa su un sistema già compromesso, incapace di ristabilire un reale equilibrio.
Oggi serve dirlo con chiarezza: la demolizione delle tariffe minime ha significato la svalutazione sistematica del lavoro intellettuale e tecnico, e con esso una perdita di dignità per l’intera società che su quel lavoro si regge.
Rimettere al centro la dignità professionale è oggi una questione non solo economica, ma civile.