16/12/2025
Mi chiamo Matteo, ho 38 anni.
Vivevo in provincia di Bologna, lavoravo in un magazzino, solita routine, soliti giri, solite facce.
Poi, un giorno, un mio amico mi propone:
“Dai, andiamo a Trieste per il weekend. Non ci sono mai stato.”
Io nemmeno sapevo dove fosse con precisione.
Per me era una di quelle città di passaggio, che stai attento a non confondere con Trento.
Era un venerdì.
Avevo 23 anni.
Ho buttato due magliette nello zaino, preso la macchina e via.
Arriviamo a Trieste in serata. La prima cosa che ricordo è il vento.
La bora, quella vera.
Non il venticello fastidioso, no. Quello che ti sbatte contro e ti fa capire che sei arrivato in un posto dove le cose non si fanno per finta.
Abbiamo dormito in un ostello a San Giacomo.
Il sabato mattina ci svegliamo, facciamo colazione in un bar che sembrava uscito da un film anni ’80, con i pensionati che leggono “Il Piccolo” e parlano in triestino stretto.
Io, da buon emiliano, ordino un cappuccino e brioche.
Mi rispondono: “Un cap? Qua se bevi il nero.”
Da lì è iniziato tutto.
Abbiamo camminato fino a Barcola, senza sapere nemmeno cosa fosse.
Ho visto il mare d’inverno per la prima volta senza turisti, senza ombrelloni, solo il rumore e il sale.
E ho pensato: “Io qua ci potrei restare.”
Il lunedì il mio amico è tornato.
Io no.
Avevo due giorni di ferie in più.
Poi ho trovato un lavoretto in un bar.
Poi una stanza in affitto in via Fabio Severo, condivisa con uno studente albanese e una ragazza sarda che faceva teatro.
Poi una ragazza.
Poi una bici.
Poi un altro lavoro.
Ogni volta dicevo: “Resto ancora un po’, poi torno.”
Ma non sono più tornato.
È passato un mese.
Poi un anno.
Poi quindici.
Ho visto il Castello di Miramare innevato.
Ho fatto il bagno a ottobre.
Ho visto l’alba sul Molo Audace con una birra in mano e il cuore a pezzi.
Ho lavorato, ho amato, ho perso, ho ricominciato.
A Trieste.
Certe città non le scegli.
Ti scelgono loro.
E Trieste… mi ha preso per la giacca e mi ha detto: “Adesso stai qui.”