13/06/2020
Nel regno di Eleonora la Grande
di Antonio Simon Mossa
1 maggio 1960
Per chi percorre la strada provinciale che dalle balze verdi scure, ricoperte di oliveti, della ferrigna Cuglieri, scende dolcemente alla incantevole baia, orlata di rocce dorate, di Santa Caterina di Pitinnuri, la vista di un mare incantevole, d'un turchino intenso verso il largo, trasparente turchese sulla battigia di sabbia ocracea e bruna, costituisce una piacevole ed eccezionale sorpresa. Il declivio delle colline verde pallido, in questa stagione primaverile, in cui gli elementi sempre nuovi e vivi di una brughiera silenziosa, contrastano con l'opera dell'uomo, appena accennata, altrettanto muta e solenne, affacciata sull' eterno moto delle onde, dalla torre sp****la, alla chiesetta sul poggio, ai solenni e misteriosi betili in cui gli elementi ancestrali della creazione dell'uomo richiamano un'epoca gloriosa del tutto scomparsa. E le baie, verso sud, si succedono ai promontori bassi, appena velati di foschia; le deliziose cale inondate di luce e ingentilite dai ciuffi di palma nana e di cisto, voltano le spalle al massiccio del Monteferru che domina la regione, nascondendo alla vista i freschi altipiani di Badde Urbara e di San Leonardo de Siete Fuentes.
Man mano che procediamo verso il mezzogiorno vediamo l'orizzonte dilatarsi. I raggi del sole già alto piovono in una cascata di pulviscolo a strisce largamente dosate da una immanente coltre di nuvole bianchicce. E lo scintillio degli stagni lontani, orlati di palme e canneti, già non si confonde più con quello più squillante della distesa marina. Alla steppa e alla brughiera, dopo Capo Mannu, laddove una antica distesa di sabbie giallastre è oggi sommersa da una prepotente vegetazione di arbusti, si succede il Campidano Maggiore, la grande piana che dal Monteferru attraversa tutta la Sardegna Sud Occidentale sino a Cagliari.
Le prime siepi di carnose opunzie, i cespugli di giuggiolo, i filari di pioppi, le palme, gli orti solcati da una infinita maglia di canali, le case di argilla, basse, sbocconcellate, con i tetti rugginosi, gli intonachi spenti, qua e là chiazzati di bianco o di celeste, intorno alle finestre di bambole, le masse prepotenti delle chiese, elevantisi con le loro contorte architetture barocche, i campanili di pietra da taglio squadrata sormontati da cipolle lucenti rivestite di piastrelle di maiolica e l'odore dolce e umido, caldo, dell'acquitrino e dello stagno.
Quest'odore, sommamente gradevole, lievemente narcotico, struggente: così diverso dall'aspro profumo delle macchie di collina che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Vediamo aggirarsi fra i loggiati dei piccoli mercati, nelle strette strade in cui bouganville, ciclamini ed edera lottano per la conquista delle scabre superfici di muro, su i selciati polverosi, donne silenti dalla vita sottile, la mantiglia colorata mollemente lasciata cadere sulle spalle tonde, gli occhi neri lucenti, le guance olivastre.
Nei piccoli spiazzi fra le case irregolari, l'una attaccata all'altra in una sequenza, suggestiva, ove il sole batte spietato tutto calcinando, una modesta croce di legno tarlato, solidamente infissa in un cono di argilla. E oltre i muri di argilla svettano le palme, con i grappoli di datteri secchi, e i filari di aranci dalle foglie verde-indaco. E più avanti oliveti argentei e mandorleti verdissimi. La strada si snoda, con il suo nastro bleu-petrolio, bordata da siepi di fichi d'india, nella pianura rigogliosa. Uno dopo l'altro si Incontrano le borgate, i villaggi, i raggruppamenti di case rustiche.
E poi lo stagno. Cabras, con le sue case antiche, i pescatori dalle gambe di bronzo e la berrita ripiegata sulla fronte. Le sponde fangose ove approdano le barche leggere. Lontano, all'orizzonte, si indovina la sponda occidentale, e fra le brume della calura meridiana, quasi in un miraggio, si stagliano i ciuffi di piante e si disegnano le molli schiene delle dune. La brughiera chiude il golfo di Oristano, la illustre città della Sardegna occidentale, verso capo San Marco, ove, nella piana del Sinis, le grevi e ritmiche absidiole dell'antica chiesa bizantina di ]aròs ]oannes, descrivono un antico contrappunto con le nere capanne di frasche dei pescatori. Ed ecco che alle acque chiare e immote dello stagno si sostituiscono quelle grigio-azzurre del mare, perennemente mosso dai venti di ponente. La larga spiaggia si distende, come una corona fiorita, con i suoi limpidi toni di giallo ocraceo e bruno tortora, sino a grigi e bianchi, per miglia e miglia. Alle spalle come una giungla la vegetazione prepotente, gli orti, le vigne, gli oliveti, gli aranceti, suddivi in mille particelle dalle siepi di arundo e di opunizia. Maestoso, plumbeo, vorticoso sotto il ponte, il Tirso, sfocia nel golfo.
E Oristano, magica città, piccola e immensa, sonnolenta e attiva, distesa nella piana con i suoi tentacoli di strade larghe, percorse da armenti bruni e da greggi innumeri, punteggiata da ciuffi di palmizi, ombrosa nei suoi patios, con le sue torri medioevali, i campanili aragonesi, le piccole cupole squillanti di azulejos.
Oristano che conserva ancora il fascino di un mondo lontano, che perfino nel profumo dei suoi vini, il nero di Solanas e la bionda e aspra vernaccia di Baràtili e di Solarussa, esprime una vitalità arcana e ricca di suggestioni.
Sulle tavole gregge, all' ombra dei pergolati nei patios incalcinati, il metallico scintillio dei cefali arrostiti. Sotto le logge, mentre aspro si diffonde il profumo del mirto e dell'alloro bruciato, le donne s[ornano le larghe e soffici focacce di grano o i pani a cupola di semola gialla.
E nella mistica aula della Chiesa di San Francesco il tragico Cristo Gotico di Nicodemo ascolta la preghiera dei frati. Più lontano, sulle grandi torri della costa, ormai muti e inutili, i grossi cannoni settecenteschi si velano di una patina rugginosa. Non gridano più le scolte, e le compagnie dei barracelli si disperdono in piccole pattuglie fra i campi. Scorrono le acque nei canali, verso il mare. Le architetture gotiche e barocche, i balconcini e i miradores in ferro battuto, le cornici di ceramica, le tegole fiorite di licheni giallastri, il sole, spietato sole, tutto vi parla e vi avvince, vi trasporta, come in un incantesimo, nei secoli passati, in un tempo felice, che noi, uomini moderni, cercavamo senza trovarlo.
Questa è Oristano, città fiorita, del Campidano Maggiore.