01/04/2016
Boris aveva un sogno.
Forse un bisogno. Ma cosa è un bisogno se non un sogno doppio?
Dunque Boris aveva un doppio sogno. Si chiamava vita e felicità.
Ma Boris non era nato in un posto che poteva permettere ad un uomo le due cose insieme. Forse nemmeno una. E per vivere la felicità c'è un posto fatto nei frattempi. Lui era nato senza nemmeno i frattempi.
Aveva 17 anni Boris, senza più genitori e con la sorella maggiore ancora meno fortunata di lui, un cognato ucciso dalla polizia repressiva, due nipoti e una povertà subdola, fatta di cibo in tavola una volta al giorno ma anche di assoluta assenza di speranza.
Ed aveva uno zio, emigrato in terra piena di sole, al di là del mare, dove tutti hanno tutto, persino i sogni, da realizzare.
E Boris è forte, nuota bene e conosce pure uno con una barca che, in cambio di qualche euro, può trasportarlo in quella terra.
Al di là del mare.
Ma non va come dovrebbe e quel tizio traghettatore di anime come Boris non vuole grane e a metà viaggio butta tutti giù.
In acqua.
Boris sente la sua forza perduta nel freddo di quel mare buio di notte. E comincia a nuotare. Boris nuota per ore, senza una direzione Vera perché non sa se sta andando avanti o indietro ma niente ha più un avanti o un indietro. Esiste solo lui, il mare, è un buio intorno che gli fa pensare che esiste una notte dentro la notte, quando sei in mare aperto.
Poi arriva una luce e un signore vestito di bianco lo prende. Lo salva da quel buio pesto che lo sta schiacciando.
Era la vita al di là del mare a salvarlo e la sua era gioia pura.
"Ce lo fatta" ripete a se stesso come in una litania. "Ce l'ho fatta" ripete "sono in Italia e sono vivo".
La fortuna a volte sembra un premio che ripaga di tutti i dolori.
"Mi chiamo Boris, vengo da Albania, chiamate mio Zio, lui si prenderà cura di me".
Metushi è lo zio di Boris. Ma lui non era fuggito. Lui, Metushi, era partito vent'anni prima in cerca di lavoro, e lo aveva trovato ed era andata bene.
E ora Metushi aveva un nipote da accudire, da crescere. A cui donare il diritto a un sogno.
Solo chi ha in se il senso di un abbraccio riesce ad immaginare che abbraccio ci fu tra Boris e lo zio quando si videro. Al campo. Quel giorno.
E Boris lavora s**o, per imparare a meritarsi quella fortuna che lo vede ricordare ancora, due anni dopo, il buio di quella notte in mare.
Ma Boris non sa fare altro che ubbidire. Grato alla sorte, ha ammainato la sua curiosità a favore del rispetto verso chi gli sta costruendo la felicità.
"Boris, c'è un nuovo lavoro" dice zio Metushi.
Il 7 luglio, serbatoio vecchio di gpl, vuoto, da santificare e passare il vetro resina".
"Ok, dice Boris, vado io dentro la cisterna?"
"Si, Boris, va tu. Stavolta."
Boris si riempie di gioia per il suo nuovo originale lavoro.
"Hai visto come si fa ora tocca a te" dice lo zio.
Ed era il 7 luglio e faceva caldo.
Quel tombino di accesso al serbatoio è piccolo ma sufficiente e Boris ci scende comodo, portando i suoi attrezzi e la lampada. Alogena.
Che in fondo, lì dentro non dovrebbe fare caldo.
E invece è buio, nero come la pece, come il mare di quella notte.
Boris lavora s**o. Come sempre. Costruendo la sua felicità.
Ma Boris non sa che quel posto, in quel posto, ci sono gas che rubano ossigeno formando gas.
Gas che vanno in sovrappressione.
E fa caldo.
Tanto.
E Boris sente caldo troppo. E scivola spostando un piede.
E sposta con un calcio involontario, la lampada, di metallo, in una aria scarsa di ossigeno. Con un qualche gas in sovrappressione e quel buco, come un camino che apre la strada. Scintilla.
Boom.
Boris aveva un sogno.
Boris voleva essere libero.
Boris voleva essere libero di scegliere.
Boris aveva diritto di conoscenza per scegliere quel sogno, ed essere libero. Libero anche di sbagliare, ma libero.
Ma Boris non sognava di morire. Non sognava nulla
Senza sapere perche.
Boris aveva 19 anni quel giorno.
E faceva caldo.
E c'era il sole in alto.
Ma buio, per lui, una volta per tutte. Una volta, per sempre.