31/03/2025
Alza la testa – 2
Oggi parlerò di una categoria di esseri umani che contribuisce in maniera eccezionale ad affossare questo paese e ogni suo anelito verso il progresso e la novità: i vecchi. Non sto ovviamente parlando dei miei genitori né dei vostri, e nemmeno di quegli adorabili vecchietti vestiti di tutto punto e con la sporta della spesa a cui cedo il posto a sedere in metropolitana o sull’autobus. No, parlo di quelli che non riconoscono di essere decrepiti e non ci fanno il sacrosanto piacere di smettere di ammorbarci con i loro progetti, anche quando raggiungono i 97 anni d’età (per dire un numero a caso).
Fa senz’altro parte di questa numerosa schiera Aimaro Isola: un highlander, un immortale, uno che può raccontare ai suoi nipoti di aver assistito in prima persona a ogni tendenza architettonica degli ultimi 70 anni, e, forse, anche al Big Bang.
Non voglio in questa sede ripercorrere una storia che dura dagli anni ’50 e che ha visto coinvolta un’altra importante personalità dell’architettura italiana, Roberto Gabetti, socio di Isola fino alla sua morte nel 2000, oltre alla realizzazione di una incredibile quantità di edifici, alcuni (pochi) interessanti e di pregio, altri trascurabili e spesso caratterizzati da un modo manierista e postmoderno di riproporre linguaggi, materiali e forme che oggi appaiono stantii e logori: l’uso spropositato e fuori controllo di colonne o pilastri in mattoni che terminano con fastidiose cornici in pietra, di colori che urtano la retina, di tetti a doppia falda che soffocano ogni spazio disponibile, di balconi metallici dove campeggiano le famigerate ringhiere a X.
Non voglio, dicevo, ripercorrere questa lunga storia, ma rispondere al mio scopo ultimo e indicare l’orrore, svelare il brutto, puntare i riflettori sulla malvagità di un modo di progettare che all’inizio era frutto di una reale ricerca, fondata sulla distribuzione e sulle relazioni umane tra gli abitanti, ma che nel tempo si è riproposta in maniera martellante sempre uguale a sé stessa e che di conseguenza oggi appare vetusta e inadeguata; uno spreco di materiali, spazi e risorse e, soprattutto, un modo per privare chi ha veramente talento delle occasioni per esprimerlo.
Occorre quindi un esempio, e Torino ne sarebbe piena; io scelgo l’intervento fatto a Spina 3, perché è uno dei più recenti e perché abbaglia col suo fascino demoniaco ogni automobilista che abbia l’immancabile fortuna di percorrere corso Principe Oddone verso piazza Baldissera, un presagio di sventura prima di rimanere imbottigliati nel traffico e nello smog, appesi come scimmie al volante mentre si urlano improperi.
Si tratta di un numero imprecisato di torri che si tengono per mano in girotondi claustrofobici, collegate da passerelle pedonali in quota, con giardini pubblici e attrezzati al centro di ciascuna corolla. Le torri, singolarmente, sono parallelepipedi estrusi, ognuno di un colore brutto e leggermente diverso (la variazione nella ripetitività, la riconoscibilità nell’anonimato), tappati da rivoltanti tetti a doppia falda in lamiera verde e caratterizzati sia verso l’esterno sia verso l’interno da una f***a ripetizione di balconcini dalle orride ringhiere metalliche colorate, tenuti su da colonne in mattoni o in cemento. Ogni torre è collegata alla base da un portico su cui spicca la stessa lamiera verde dei tetti e verso l’alto, quando il rapporto col cielo e con l’aria dovrebbe sfrangiare l’edificio e renderlo evanescente, la scelta, da vero architetto consumato e reazionario, è stata esattamente opposta: compattare in grumi di mattoni bicromi, di intonaci dai colori pastello, di finestre minuscole da cui sbirciare senza goderne viste spettacolari delle Alpi. L’intervento nel suo insieme ha la leggerezza di un manrovescio in faccia: le forme archetipiche delle torri sono simili al disegno che un bambino potrebbe fare di una casa, con due linee dritte verticali e un tetto a capanna sopra - giusto per far capire la complessità intellettuale del disegno - ma in aggiunta hanno l’aggravante di essere alte il quadruplo di qualunque casetta in Canadà mai innocentemente disegnata, di avere finestre minuscole e di essere ulteriormente zavorrate da ampissime superfici murarie opache e dalle strutture dei balconi, che si arrampicano faticosamente come gabbie di ascensori sulle superfici esterne. Una vera calamità, riproposta ancora e ancora nei suoi caratteri fondanti all’interno del panorama torinese e in generale italico, come si evince se si ha l’ardire di approdare sul sito di Isola Architetti per ve**re abbagliati da tanto innovativo rigore, e che collega in maniera inaspettata i paesaggi speculativi nostrani con quelli cinesi, caratterizzati anch’essi dalla ripetizione estenuante di gruppi di torri sempre uguali – ma senza il tetto a capanna, perché in effetti i richiami alla nostra storia, al tetto alla piemontese, alla capriata, sono fondamentali.
Come detto, il senso di quanto scrivo dovrebbe essere svelare l’orrido, e credo che mai come in questo caso sia necessario; mi è capitato, infatti, di confrontarmi tempo fa con un signore che purtroppo abitava queste torri e che, ignaro della mia opinione al riguardo, me ne decantava i pregi: le passerelle pedonali sicure, le aree verdi attrezzate (anch’esse peraltro con una qualità progettuale infima: pratoni verdi e scivoli buttati lì alla bell’e meglio), i servizi vicini, e chi ne ha più ne metta. Io non avevo desiderio di infierire, ma a un certo punto, esasperato, mi sono lasciato sfuggire che secondo me in quei loghi si poteva vivere da Dio, a patto però di essere ciechi. E questa, purtroppo, è un’opinione che ancora conservo in merito a quasi tutte le nuove costruzioni recenti, a quasi tutta la speculazione edilizia torinese fatta passare per modi innovativi di vivere e che invece non è altro che un minimizzare i costi e i rischi e massimizzare i profitti, a scapito della qualità degli ambienti che abitiamo e dei paesaggi costruiti in cui viviamo.