Tommaso Baudi di Vesme Architetto

Tommaso Baudi di Vesme Architetto Posso disegnare e progettare qualunque arredo e spazio, dando forma a desideri e richieste, garanten

31/03/2025

Alza la testa – 2
Oggi parlerò di una categoria di esseri umani che contribuisce in maniera eccezionale ad affossare questo paese e ogni suo anelito verso il progresso e la novità: i vecchi. Non sto ovviamente parlando dei miei genitori né dei vostri, e nemmeno di quegli adorabili vecchietti vestiti di tutto punto e con la sporta della spesa a cui cedo il posto a sedere in metropolitana o sull’autobus. No, parlo di quelli che non riconoscono di essere decrepiti e non ci fanno il sacrosanto piacere di smettere di ammorbarci con i loro progetti, anche quando raggiungono i 97 anni d’età (per dire un numero a caso).
Fa senz’altro parte di questa numerosa schiera Aimaro Isola: un highlander, un immortale, uno che può raccontare ai suoi nipoti di aver assistito in prima persona a ogni tendenza architettonica degli ultimi 70 anni, e, forse, anche al Big Bang.
Non voglio in questa sede ripercorrere una storia che dura dagli anni ’50 e che ha visto coinvolta un’altra importante personalità dell’architettura italiana, Roberto Gabetti, socio di Isola fino alla sua morte nel 2000, oltre alla realizzazione di una incredibile quantità di edifici, alcuni (pochi) interessanti e di pregio, altri trascurabili e spesso caratterizzati da un modo manierista e postmoderno di riproporre linguaggi, materiali e forme che oggi appaiono stantii e logori: l’uso spropositato e fuori controllo di colonne o pilastri in mattoni che terminano con fastidiose cornici in pietra, di colori che urtano la retina, di tetti a doppia falda che soffocano ogni spazio disponibile, di balconi metallici dove campeggiano le famigerate ringhiere a X.
Non voglio, dicevo, ripercorrere questa lunga storia, ma rispondere al mio scopo ultimo e indicare l’orrore, svelare il brutto, puntare i riflettori sulla malvagità di un modo di progettare che all’inizio era frutto di una reale ricerca, fondata sulla distribuzione e sulle relazioni umane tra gli abitanti, ma che nel tempo si è riproposta in maniera martellante sempre uguale a sé stessa e che di conseguenza oggi appare vetusta e inadeguata; uno spreco di materiali, spazi e risorse e, soprattutto, un modo per privare chi ha veramente talento delle occasioni per esprimerlo.
Occorre quindi un esempio, e Torino ne sarebbe piena; io scelgo l’intervento fatto a Spina 3, perché è uno dei più recenti e perché abbaglia col suo fascino demoniaco ogni automobilista che abbia l’immancabile fortuna di percorrere corso Principe Oddone verso piazza Baldissera, un presagio di sventura prima di rimanere imbottigliati nel traffico e nello smog, appesi come scimmie al volante mentre si urlano improperi.
Si tratta di un numero imprecisato di torri che si tengono per mano in girotondi claustrofobici, collegate da passerelle pedonali in quota, con giardini pubblici e attrezzati al centro di ciascuna corolla. Le torri, singolarmente, sono parallelepipedi estrusi, ognuno di un colore brutto e leggermente diverso (la variazione nella ripetitività, la riconoscibilità nell’anonimato), tappati da rivoltanti tetti a doppia falda in lamiera verde e caratterizzati sia verso l’esterno sia verso l’interno da una f***a ripetizione di balconcini dalle orride ringhiere metalliche colorate, tenuti su da colonne in mattoni o in cemento. Ogni torre è collegata alla base da un portico su cui spicca la stessa lamiera verde dei tetti e verso l’alto, quando il rapporto col cielo e con l’aria dovrebbe sfrangiare l’edificio e renderlo evanescente, la scelta, da vero architetto consumato e reazionario, è stata esattamente opposta: compattare in grumi di mattoni bicromi, di intonaci dai colori pastello, di finestre minuscole da cui sbirciare senza goderne viste spettacolari delle Alpi. L’intervento nel suo insieme ha la leggerezza di un manrovescio in faccia: le forme archetipiche delle torri sono simili al disegno che un bambino potrebbe fare di una casa, con due linee dritte verticali e un tetto a capanna sopra - giusto per far capire la complessità intellettuale del disegno - ma in aggiunta hanno l’aggravante di essere alte il quadruplo di qualunque casetta in Canadà mai innocentemente disegnata, di avere finestre minuscole e di essere ulteriormente zavorrate da ampissime superfici murarie opache e dalle strutture dei balconi, che si arrampicano faticosamente come gabbie di ascensori sulle superfici esterne. Una vera calamità, riproposta ancora e ancora nei suoi caratteri fondanti all’interno del panorama torinese e in generale italico, come si evince se si ha l’ardire di approdare sul sito di Isola Architetti per ve**re abbagliati da tanto innovativo rigore, e che collega in maniera inaspettata i paesaggi speculativi nostrani con quelli cinesi, caratterizzati anch’essi dalla ripetizione estenuante di gruppi di torri sempre uguali – ma senza il tetto a capanna, perché in effetti i richiami alla nostra storia, al tetto alla piemontese, alla capriata, sono fondamentali.
Come detto, il senso di quanto scrivo dovrebbe essere svelare l’orrido, e credo che mai come in questo caso sia necessario; mi è capitato, infatti, di confrontarmi tempo fa con un signore che purtroppo abitava queste torri e che, ignaro della mia opinione al riguardo, me ne decantava i pregi: le passerelle pedonali sicure, le aree verdi attrezzate (anch’esse peraltro con una qualità progettuale infima: pratoni verdi e scivoli buttati lì alla bell’e meglio), i servizi vicini, e chi ne ha più ne metta. Io non avevo desiderio di infierire, ma a un certo punto, esasperato, mi sono lasciato sfuggire che secondo me in quei loghi si poteva vivere da Dio, a patto però di essere ciechi. E questa, purtroppo, è un’opinione che ancora conservo in merito a quasi tutte le nuove costruzioni recenti, a quasi tutta la speculazione edilizia torinese fatta passare per modi innovativi di vivere e che invece non è altro che un minimizzare i costi e i rischi e massimizzare i profitti, a scapito della qualità degli ambienti che abitiamo e dei paesaggi costruiti in cui viviamo.

Alza la testa – 1Oggi alimenterò l’orrore parlando di un edificio residenziale che sorge all’angolo tra corso Peschiera ...
18/12/2024

Alza la testa – 1
Oggi alimenterò l’orrore parlando di un edificio residenziale che sorge all’angolo tra corso Peschiera e corso Mediterraneo. Come molti edifici orripilanti di questa città, è frutto delle fatiche (?) dello studio Rolla, il cui nome costituisce un ottimo suggerimento su cosa fare per cercare disperatamente di dimenticare l’ennesimo scempio perpetrato, e dell’impresa GEFIM, rinomata per incastrare i termini PARCO o PALAZZO nel nome di ogni loro turpe realizzazione –questa sul loro sito si chiama, con la stessa sopraffina originalità che potremo riscontrare anche nel costruito, TOWN PALACE.
Ogni volta che vedo questo edificio mi viene il sangue agli occhi: sorge solitario in un luogo privilegiato, un lotto triangolare all’incrocio tra due grandi corsi, uno dei quali, corso Peschiera, sembra quasi vada a sb****re contro le montagne innevate; confina con ampi spazi verdi e con un altro intervento da cavarsi gli occhi, realizzato in tempi successivi dagli stessi protagonisti a completamento del lotto, ma che all’epoca della progettazione di questo palazzo incombeva solo come un orrore immaginato.
E’ solo un edificio residenziale, ma in quel luogo si poteva fare tutto, e in una città consolidata come Torino è un caso raro, soprattutto in una posizione così centrale: scomporre il volume, enfatizzare l’angolo, inquadrare le montagne, degradare verso il verde. Sono solo le prime idiozie che mi vengono in mente, ma nessuna sarebbe stata all’altezza del risultato finale. Sì, perché la mente insondabile dei progettisti invece fa precipitare sul terreno un leggiadro blocco monolitico di 10 piani, una sorta di menhir impreziosito da audaci fasce marcapiano, finestre che soddisfano a stento le prescrizioni di legge in fatto di luce e aria e da una porzione centrale in aggetto su corso Mediterraneo da cui si protendono aggraziati terrazzi caratterizzati da un originalissimo gioco di alternanza di parapetti vetrati e opachi realizzato in maniera così magistrale che pochi anni dopo il completamento dell’edificio si è già dovuto interve**re per evitare che cadesse tutto a scatafascio. Ottima la scelta dei materiali: basamento in marmo, ma il meno possibile e il più scadente che si riesca a trovare, facciamo anche solo dove c’è l’entrata che bisogna risparmiare; piastrelle color topo, nel tentativo probabilmente di farsi ispirare dal famigerato genius loci e dal colore del pelo delle pantegane che abitano il Po; intonaco bianco per gli sfondati e per i parapetti opachi; vetro tenuto su da un’intelaiatura al limite dello steampunk per quanto riguarda i parapetti trasparenti. Completa questo avveniristico prospetto un raffinatissimo gioco di disallineamenti delle sopracitate finestre da prigione siberiana.
Ma è sul retro che si scatena la poesia: evidentemente, qualcuno, tornato ebbro dalla pausa pranzo, ha pensato, in un grigio pomeriggio di dicembre, di contrapporre allo schema da campo di concentramento del fronte sul corso una facciata che doveva ricollegarsi alle forme sinuose di Zaha Hadid, all’interpretazione del mondo naturale di Gaudì, al candore scolpito contro il cielo azzurro dell’architettura mediterranea e, inebriato da tali nobili propositi, ha fatto precipitare sul suolo altri 10 piani tutti uguali di terrazzi che accennano una timida curva e poi, stanchi di tanto ardire, si raggomitolano su un angolo, facendo un frontale contro la rigidità imposta al resto dell’impianto. Qui, anche i dettagli sono da celebrare: innanzitutto, di nuovo, l’alternanza, a piani alterni, tra parapetti pieni / candidi e vetrati / steampunk, per proseguire facendo cenno alle travi mimetiche in acciaio che reggono con grace under pressure i terrazzi e culminando con un gesto da esteti raffinati: il pilastrino in acciaio rosso fuoco che evidenzia e impreziosisce l’ultima curva di questo incidente stradale leggiadro e sinuoso.
Il commento più accurato e al contempo più pruriginoso all’intero edificio l’ha espresso con estrema lucidità mia madre, quando un giorno ci siamo ritrovati a passare in macchina nelle vicinanze di tanta nefandezza e io, come al solito, esprimevo ad alta voce i miei mal di pancia. Lei, invece, un po’ esasperata, ha articolato la seguente riflessione:” Dai, Tommaso, io non lo trovo male: in fondo è molto simile a tutti gli altri edifici degli anni ’50 che si trovano in zona”. E’ vero, verissimo, perdio, ma questo si porta dietro la sconvolgente rivelazione che di quei decenni che ci separano dagli anni ’50, decenni di cantieri, polvere, tecnologie, discussioni, teorie, lotte, esperienze professionali, rivoluzioni, movimenti artistici e architettonici, di quei decenni che hanno trasformato così tanto le nostre vite, nulla è stato usato e ogni cosa è stata ignorata, e gli edifici di quel periodo lontano che sorgono ancora oggi dall’altra parte del corso vincono con orgoglio il confronto, perché, pur non essendo raffinati capolavori, almeno sono autentici figli del loro tempo. E io dubito fortemente che, se avessimo la possibilità di intervistare un qualsiasi uomo degli anni ’50, alla domanda: come ti immagini le case, negli anni 2000?, lui, accanto alle auto volanti, ai robot, alle astronavi, all’esplorazione dello spazio, alla vita su Marte, descriverebbe un simile obbrobrio. La realtà ha l’incredibile potere di affossare tutte le più rosee aspettative.

14/12/2024

Alza la testa

Ricordo che il primo anno di università avevo un professore di Storia dell’Architettura dotato di ottima parlantina e di una voce suadente e impostata. Chiamerò il professore in questione GM, come la General Motors, per tutelare la sua privacy, poiché in tempi più o meno recenti è assurto agli onori delle cronache cittadine per la sua avversione a veder realizzato qualunque edificio che superi i 3 piani fuori terra a causa del timore ancestrale che il cielo potesse soffrire di solletico e poi per aver ricoperto ruoli di spicco nell’amministrazione municipale. Ciò che più mi colpì all’epoca fu un consiglio che influenzò in gran parte la mia vita: durante la sua prima lezione ci disse con voce carezzevole che, in quanto architetti e ancora più in generale in quanto giovani uomini, era nostro dovere alzare la testa e guardare in alto. Considerate le sue attuali posizioni sembrerebbe un po’ bizzarro - avrebbe forse dovuto specificare: guardate in alto ma non troppo o rischiate di inquadrare i due grattacieli che sono stati costruiti in questa città malgrado tutti i miei sforzi – ma quello che intendeva era che gli edifici che ci circondano ci parlano e che interpretare ciò che vediamo tutti i giorni in maniera confusa e distratta è una delle chiavi per comprendere il mondo. Intendeva che ciò che è costruito è parte fondamentale della nostra sfera sensibile, definisce la qualità delle nostre vite e dovrebbe essere oggetto di confronto e di dibattito, perché è lo sfondo pulsante delle nostre esistenze, è il mondo fisico con cui si relazionano i nostri corpi.

Oggi non possiamo nasconderci: buona parte di quello che viene costruito a Torino fa oggettivamente schifo. Le grandi trasformazioni sono in mano a tecnici compiacenti e incapaci, la sperimentazione è quasi sempre assente, i nuovi edifici vengono realizzati secondo tecniche ed estetiche obsolete, nel tentativo sempre più riuscito di minimizzare costi e rischi e aumentare i profitti, a discapito della qualità. Ma protestare è inutile se non si ha un ruolo attivo, se non si alza la testa e guardando non si riesce a distinguere ciò che vale da ciò che invece può essere buttato al macero: senza consapevolezza non c’è giudizio ed è quindi impossibile pretendere un cambiamento, perché non possiamo sapere cosa ci piace, cosa è qualitativamente valido.

Ho deciso, quindi, che nel mio piccolo (direi quasi minuscolo) proverò a rompere il silenzio e a fare una sorta di cronaca del disgusto: parlerò diffusamente di interventi orripilanti più o meno recenti e cercherò di spiegare perché a mio parere, al posto di quegli sprechi di cemento e acciaio, sarebbero stati meglio un bel bosco, un prato verde o anche solo l’incantevole mix di pozzanghere, calcinacci, terreno smosso ed erbacce che caratterizza un’area abbandonata. Se il brutto o, ancora peggio, il pigro e colpevole adagiarsi su scialbe ripetizioni del passato sulle quali vengono appiccicati pannelli fotovoltaici, pompe di calore e un po’ di verde per poter dire che è tutto GREEN e SOSTENIBILE, se tutto questo viene esposto, messo in un angolo, reso evidente, forse, e dico forse, possiamo imparare finalmente a pretendere da chi realizza questi interventi, da chi modifica la città e con essa le nostre vite, qualcos’altro, qualcosa di meglio.

Ristrutturazione e recupero di villa indipendente a Mappanocon  Foto by
06/11/2024

Ristrutturazione e recupero di villa indipendente a Mappano

con

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Venite a trovarci su fb e instagram
18/10/2024

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Corso SiccardiProgetto di accorpamento di due bilocali per la realizzazione di un appartamento più grande.Progetto reali...
19/09/2024

Corso Siccardi

Progetto di accorpamento di due bilocali per la realizzazione di un appartamento più grande.

Progetto realizzato con ing. Mara Antonazzo
Arredi by .dauenhauer1
Foto by

Grazie a per aver creduto in noi!

Per chi volesse, venite a trovarci su .riabita, vedrete un sacco di bei progetti e se vi piace quello che trovate lasciate un like!

Piazza CarducciQuesto e tanti altri lavori sono stati realizzati in collaborazione con .ing.Assieme abbiamo un progetto ...
17/04/2024

Piazza Carducci

Questo e tanti altri lavori sono stati realizzati in collaborazione con .ing.
Assieme abbiamo un progetto di recupero, valorizzazione e conversione degli immobili esistenti, chiamato .riabita. Venite a trovarci, perché nulla si distrugge e tutto si trasforma.

Grazie a e a Francesca per essersi fidati di noi. Fare casa per gli amici è una cosa bellissima, ma anche una responsabilità enorme.

Grazie ad per le splendide carte da parati e la professionalità e la creatività con cui ci avete seguiti.

tapestry

Come al solito, le foto sono della bravissima

Spanzotti - brickscon .ingQuesto e tanti altri lavori fanno parte di un progetto  che abbiamo in comune io e .ing, volto...
03/03/2024

Spanzotti - bricks

con .ing

Questo e tanti altri lavori fanno parte di un progetto che abbiamo in comune io e .ing, volto alla trasformazione e al recupero di edifici e materiali in precedenza impiegati in altri modi e con altri usi. Per saperne di più, venite a trovarci qui:
riabita

Le foto come al solito sono della bravissima

Spanzotti - loftcon .ingriabita
15/01/2024

Spanzotti - loft

con .ing
riabita

via Belfiore        Ph
06/01/2024

via Belfiore




Ph

via Lamarmora        ph
07/03/2023

via Lamarmora


ph

CervoRiqualificazione di una villa al mare         con .ingph
03/07/2022

Cervo

Riqualificazione di una villa al mare




con .ing
ph

Indirizzo

Corso Vittorio Emanuele II 94
Turin
10121

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